Mandare indietro le lancette dell’orologio biologico per riparare i danni della vista

La speranza

Mandare indietro le lancette dell’orologio biologico per riparare i danni della vista

Gli esperimenti sui topi sono promettenti. Grazie a una terapia genica un gruppo di scienziati di Harvard è riuscito a ringiovanire le cellule della retina e a restituire la vista compromessa dall’invecchiamento o da malattie come il glaucoma

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Immagine: Rama, CC BY-SA 2.0 FR <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/fr/deed.en>, via Wikimedia Commons
di redazione

Ringiovanire le cellule della retina e restituire la vista compromessa dal glaucoma o dall’invecchiamento senza ricorrere al trapianto di retina. Ci sono riusciti i ricercatori dell’Harvard Medical School su modelli di topi affetti dalla malattia che porta alla cecità o molto anziani. 

Lo studio pubblicato su Nature suggerisce per la prima volta la possibilità di riprogrammare cellule complesse come quelle del nervo ottico portandole indietro nel tempo consentendo così di riparare i danni ai tessuti finora considerati irreversibili. 

Se la tecnica messa a punto dagli scienziati americani dovesse confermare la sua efficace anche in ulteriori studi potrebbe aprire la strada a nuove strategie terapeutiche per la riparazione anche di altri organi. 

«Il nostro studio dimostra che è possibile invertire in modo sicuro l'età di tessuti complessi come la retina e ripristinare la loro funzione biologica della gioventù», ha detto David Sinclair, professore di genetica presso la Harvard Medical School, autore senior dello studio. 

I ricercatori hanno utilizzato un vettore virale, un virus adeno-associato (AAV), per trasportare nella retina dei topi tre geni del ringiovanimento in grado di mandare indietro le lancette del tempo, Oct4, Sox2 e Klf4 che sono normalmente attivati nello sviluppo embrionale. Questi tre geni insieme a un quarto, cMyc che non è stato usato in questa occasione, sono i cosiddetti “fantastici quattro”  della riprogrammazione cellulare, sono i fattori di Yamamaka che regolano la differenziazione delle cellule staminali pluripotenti indotte, capaci di riportare le cellule staminali al loro stato embrionale primitivo dal quale possono svilupparsi in qualsiasi altro tipo di cellula. Una terapia che sfrutti le potenzialità anti-aging  di questi geni sembrerebbe in grado di riparare i danni alla vista provocati tanto dal glaucoma che dall’invecchiamento. 

La scelta di non utilizzare il pacchetto completo dei fantastici quattro si è rivelata vincente. I tentativi precedenti effettuati servendosi di tutti e 4 geni erano infatti falliti per l’elevato rischio di generare tumori o di ottenere cellule talmente primitive che erano private della loro identità. 

I ricercatori hanno invece ottenuto risultati soddisfacenti eliminando il gene cMyc e servendosi degli altri tre.  In questo modo si è ottenuto il ringiovanimento cellulare senza andare incontro agli effetti collaterali del trattamento genico completo. 

La terapia a base dei tre geni è stata testata sulle cellule gangliari retiniche di topi adulti con lesioni del nervo ottico ottenendo un numero doppio di cellule sopravvissute dopo la lesione e un aumento di cinque volte della ricrescita dei nervi.

Il cocktail genetico è stato messo alla prova anche in topi affetti da glaucoma. Ebbene, dopo la terapia è stato osservato un aumento dell'attività elettrica delle cellule nervose e un notevole aumento della acutezza visiva, valutata in base alla capacità degli animali di vedere le linee verticali in movimento su uno schermo. Sorprendentemente, i topi hanno dimostrato di riconoscere gli oggetti sullo schermo dopo che la perdita di vista indotta dal glaucoma si era già verificata. La terapia ha funzionato anche sui topi anziani, migliorandone notevolmente la capacità visiva. Quando i ricercatori hanno analizzato i cambiamenti molecolari nelle cellule trattate, hanno osservato modifiche nella metilazione del DNA, il processo che attraverso il trasporto di metili consente alle cellule di regolare l’espressione genica e di controllare i processi che sono alla base della vita. Il che suggerisce che la metilazione del DNA non sia un semplice marker dell’invecchiamento, ma piuttosto un agente attivo che lo guidi.

«Ciò che questo ci dice è che quell’orologio non misura solo il tempo, ma è il tempo. Se riavvolgi le lancette dell'orologio, anche il tempo va indietro», dichiara Sinclair.