La meditazione profonda cambia il microbioma intestinale e migliora la salute generale

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La meditazione profonda cambia il microbioma intestinale e migliora la salute generale

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Immagine: Gerd Eichmann, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione
Nell’intestino dei monaci tibetani si trovano in quantità significativamente maggiore alcuni batteri associati al benessere fisico e mentale che favoriscono la salute cardiovascolare e metabolica. Questa volta nell’asse intestino-cervello è il cervello che influenza l’intestino

È una questione di prospettiva. Forse è una forzatura, ma quello che per noi occidentali è l’asse “intestino-cervello” (gut-brain axis), per gli orientali potrebbe essere l’asse “cervello-intestino”. Schematicamente: a ovest si guarda a come il microbioma intestinale, la miriade di microbi che ospitiamo nell’intestino, influenza la salute cerebrale, dalla depressione all’Alzheimer, a est si parte dalla direzione opposta studiando come la mente agisce sulla comunità di microrganismi dell’intestino. 

A suggerire questa dicotomia è uno studio sul microbioma dei monaci buddisti firmato da gruppo di scienziati di Shangai e pubblicat su General Psychiatry. Partendo dal punto di osservazione opposto (dal cervello all’intestino) si scopre che la meditazione profonda può alterare la composizione dei microbi dell’intestino con ricadute positive sulla salute generale. I monaci tibetani che praticano regolarmente la meditazione per anni ospitano nel loro intestino in notevoli quantità microbi associati a un minor rischio di ansia, depressione e malattie cardiache. Il loro microbioma è significativamente diverso da quello dei loro vicini laici che non si dedicano a pratiche meditative. 

I ricercatori hanno raccolto e analizzato i campioni di feci e di sangue di 37 monaci tibetani appartenenti a tre templi differenti e li hanno messi a confronto con quelli di 19 abitanti delle stesse zone con caratteristiche simili (età, condizioni di salute, abitudini alimentari) che non avevano l‘abitudine di meditare. 

I monaci coinvolti nello studio praticavano la meditazione per due ore al giorno tutti i giorni da molti anni (dai 3 ai 30 anni). 

Nessuno di loro, nei tre mesi precedenti, aveva assunto sostanze che avrebbero potuto alterare la composizione dei batteri dell’intestino, come antibiotici, probiotici, integratori di varia natura, farmaci antifungini. 

Le analisi dei campioni di feci hanno messo in luce differenze significative nel tipo e nella quantità di microbi ospitati nell’intestino dei due gruppi. Per esempio, i monaci avevano una quantità significativamente maggiore (29% contro 4%) di Bacteroidetes con una percentuale elevata di Prevotella (42% contro 6%), di Megamonas e Faecalibacterium, batteri associati a una migliore salute mentale. I ricercatori hanno scoperto inoltre che questi batteri favorivano processi protettivi antinfiammatori e miglioravano il metabolismo dei monaci. Dall’analisi dei campioni di sangue è emerso che il gruppo dedito alla meditazione aveva parametri cardiovascolari migliori rispetto al gruppo delle persone che non meditavano, come valori bassi di colesterolo e apolipoproteina B.

Va precisato, e lo fanno gli autori stessi, che un campione di così piccole dimensioni e così particolare per il luogo di provenienza e lo stile di vita non consente di fare generalizzazioni. Allo stesso tempo, però, i ricercatori sono convinti che i benefici della meditazione per la salute siano evidenti e vadano ulteriormente approfonditi. 

«Questi risultati suggeriscono che la meditazione profonda a lungo termine può avere un effetto benefico sul microbiota intestinale, consentendo all’organismo di mantenere uno stato di salute ottimale», concludono i ricercatori.