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DidascaliaImmagine: © European Union, 2026, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
Le nanoplastiche possono influire negativamente sulla salute riproduttiva. La conferma viene da uno studio condotto dall'Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Torino e la Queen Mary University of London.
Le minuscole particelle, invisibili a occhio nudo, che si formano dalla degradazione della plastica sono sempre più diffuse nell’ambiente: sono state rilevate nell’acqua, nel cibo e perfino nell’organismo umano. E i ricercatori si sono chiesti se possano interferire sulla salute riproduttiva, proprio mentre i tassi di infertilità continuano ad aumentare a livello globale.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Small, ha cercato in particolare di rispondere alla domanda se le nanoplastiche possano interferire con i neuroni che producono l’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), fondamentali per l’avvio della pubertà e la fertilità. Per farlo ha utilizzato due linee cellulari consolidate: GT1-7, modello di neuroni GnRH maturi che secernono l’ormone di rilascio delle gonadotropine, e GN11, modello di neuroni GnRH immaturi che sono in grado di migrare, una caratteristica chiave nello sviluppo fetale del sistema che regola pubertà e fertilità.
I risultati mostrano che le nanoplastiche entrano nelle cellule attraverso la membrana cellulare e interferiscono con due funzioni cruciali dei neuroni GnRH: nel modello GT1-7 alterano la normale secrezione ormonale, mentre nel modello GN11 riducono la capacità di migrare.
Inoltre, mediante tecniche di sequenziamento genico è stato osservato che l’esposizione delle cellule GN11 alle nanoplastiche altera l’espressione di geni chiave per il normale sviluppo dei neuroni stessi, facendo quindi ipotizzare che le particelle possano interferire con il normale sviluppo di questi neuroni e quindi contribuire all’insorgenza di malattie della riproduzione.
A conferma di questa ipotesi e mettendo in relazione questi risultati con dati genetici umani ottenuti tramite sequenziamento dell’esoma in pazienti con deficit di GnRH, sono state identificate varianti rare del gene NPAS2 in due pazienti con grave ritardo puberale. Un’indicazione che rafforza l’ipotesi, da verificare con ulteriori studi, che suscettibilità genetica ed esposizioni ambientali possano interagire nel modulare il rischio di alterazioni riproduttive.
«La funzione riproduttiva nei mammiferi dipende da un delicato sistema di controllo ormonale, l’asse ipotalamo–ipofisi–gonadi. Al centro di questo sistema – ricordano Federica Amoruso e Alyssa Paganoni del Dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari Rodolfo Paoletti dell’Università Statale di Milano, prime autrici dello studio - ci sono i neuroni che producono l’ormone di rilascio delle gonadotropine GnRH, fondamentali per l’avvio della pubertà e la fertilità. Alterazioni nello sviluppo o nel funzionamento di questi neuroni possono portare al deficit di GnRH, una condizione caratterizzata da pubertà ritardata e infertilità. Sebbene numerosi siano i geni trovati mutati in queste patologie – precisano - le cause genetiche note spiegano solo circa metà dei casi, suggerendo che fattori ambientali possano contribuire alla malattia».
«Nel complesso – commenta infine Anna Cariboni, docente del Dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari e membro del Centro di ricerca Nemesis della Statale sulle nanoplastiche, coordinatrice dello studio insieme a Roberto Oleari, ricercatore dello stesso Dipartimento - lo studio indica che le nanoplastiche possono agire come nuovi interferenti endocrini, disturbando funzioni essenziali dei neuroni GnRH e potenzialmente contribuendo alla comparsa di disturbi riproduttivi».
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