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Lo studio
Le nanoplastiche minacciano il cervello umano
Redazione
Corpo

Le particelle più piccole della plastica possono penetrare nelle cellule immunitarie cerebrali, localizzarsi nei compartimenti mitocondriali e alterare l’equilibrio cellulare, innescando stress ossidativo, riduzione della vitalità cellulare e segnali compatibili con processi neuroinfiammatori.

È quanto emerge dallo studio sostenuto da Plastic Free Onlus, presentato al convegno internazionale “Plastics & Environment – Exploring environmental, sustainability and planetary health dimensions”, ospitato dall’Università di Milano-Bicocca.

A illustrare i risultati della ricerca è stata Anna Baroni, ricercatrice supportata da Plastic Free nell’ambito del progetto promosso in collaborazione con l’Università e l'Istituto San Raffaele di Roma.

Lo studio, presentato con l’abstract “L’impatto delle nanoplastiche di polistirene sulla funzione microgliale: prime evidenze di neurotossicità, stress ossidativo e alterazione della neurotrasmissione”, ha analizzato gli effetti di nanoplastiche di polistirene da 25 e 100 nanometri su cellule microgliali murine BV2, esposte a concentrazioni fisiologicamente rilevanti per diversi intervalli di tempo.

I dati preliminari mostrano che le particelle vengono effettivamente internalizzate dalle cellule e che, dopo 24 ore, possono localizzarsi nei compartimenti mitocondriali. È stata inoltre osservata una riduzione significativa e tempo-dipendente della vitalità e della sopravvivenza cellulare, con effetti più marcati per le particelle di dimensioni inferiori. Le nanoplastiche da 25 nanometri, in particolare, hanno indotto livelli più elevati di specie ossidative rispetto a quelle da 100 nanometri, confermando come la dimensione dei frammenti possa incidere sulla loro aggressività biologica.

Sul fronte della risposta infiammatoria, lo studio ha rilevato una modulazione significativa di alcune citochine, soprattutto in presenza delle particelle più piccole.

Si tratta di risultati preliminari, ma rilevanti, perché rafforzano l’ipotesi che le nanoplastiche non siano semplici contaminanti inerti, bensì particelle capaci di interferire con meccanismi cellulari fondamentali, con possibili ricadute sui processi di invecchiamento cerebrale e sulle patologie neurodegenerative.

«Questi primi dati confermano la necessità di studiare con grande attenzione il rapporto tra nanoplastiche e salute neurologica» commenta Ennio Tasciotti, direttore scientifico dell’Associazione e professore all’Università San Raffaele di Roma. «Le particelle più piccole – precisa - sembrano avere una maggiore capacità di interagire con le cellule, alterandone il metabolismo e favorendo condizioni di stress e infiammazione. È un campo di ricerca ancora giovane, ma estremamente importante: comprendere cosa accade quando questi frammenti raggiungono il cervello è una priorità scientifica e sanitaria».

La presentazione della ricerca arriva alla vigilia della mobilitazione nazionale promossa da Plastic Free il 6 e 7 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente del 5 giugno e della Giornata mondiale degli oceani dell’8 giugno, con il claim “Il pianeta non è un portacenere”. I filtri delle sigarette, infatti, spesso scambiati per cotone, sono in realtà composti da acetato di cellulosa, una plastica sintetica che può impiegare oltre dieci anni per degradarsi, frammentandosi progressivamente in micro e nanoplastiche invisibili. 

«La presentazione di questi dati in un contesto scientifico internazionale rappresenta un passaggio importante» sostiene Luca De Gaetano, presidente e fondatore di Plastic Free Onlus. «Per anni – ricorda - abbiamo denunciato gli effetti della plastica sull’ambiente. Oggi la ricerca ci sta mostrando con sempre maggiore chiarezza che l’inquinamento da plastica riguarda anche il nostro corpo e la nostra salute».

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