Nuova luce sul microbioma. Ecco i batteri intestinali che ci mantengono in salute (e quelli che possono farci ammalare)

Lo studio

Nuova luce sul microbioma. Ecco i batteri intestinali che ci mantengono in salute (e quelli che possono farci ammalare)

Un ampio studio a cui ha partecipato l’Università di Trento ricostruisce nei dettagli l’associazione tra microbiota intestinale e salute. Scoprendo microbi “buoni” o “cattivi” finora sconosciuti

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Immagine: Invisible Worlds exhibition - 2012 cc-by-sa/2.0 - © M J Richardson - geograph.org.uk/p/2815842
di redazione

Dieta, microbiota, salute. Oramai è assodato: la catena di eventi che inizia a tavola influenza la nostra condizione fisica. I cibi sani producono microbi “buoni” che proteggono dalle malattie, un’alimentazione scorretta alimenta la presenza di microrganismi “cattivi” che aumentano il rischio di svilupparle. Come facciamo a sapere se i microbi che ospitiamo nel nostro intestino sono nostri “amici” o nostri “nemici”?

Ce lo dice il più ampio studio sul legame tra l’alimentazione, il microbiota e la salute che sia mai stato condotto finora che per la prima volta individua 15 microbi specifici associati al minor rischio di andare incontro a malattie metaboliche come diabete e obesità e a malattie cardiovascolari. Ne sono emersi altrettanti dall’effetto opposto. Alcuni di questi microbi sono stati scoperti per la prima volta in questa occasione e sono ancora privi di un nome. 

Lo studio, denominato Predict1, è stato condotto su più mille persone ed è frutto di una collaborazione internazionale tra l’Università di Trento, il King’s College London, l’Harvard T.H. Chan School of Public Health, il Massachusetts General Hospital (MGH), e la start-up ZOE, che produce un kit fai da te per l’analisi del proprio microbiota.

La ricerca, pubblicata su Nature Medicine, in parte conferma quanto già noto: chi ha una dieta ricca di alimenti sani e vegetali ha maggiori probabilità di avere livelli elevati di microbi intestinali "buoni". Al contrario, chi consuma prevalentemente cibi trasformati ha maggiori probabilità di ospitare microbi intestinali “cattivi”. Ma gli scienziati hanno arricchito il quadro delle conoscenze con una dettagliata lista dei microbi amici e nemici. 

E lo hanno fatto raccogliendo i dati sulle sequenze del microbioma (la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota), sulle abitudini alimentari e su centinaia di biomarcatori cardiometabolici nel sangue di 1.100 partecipanti del Regno Unito e degli Stati Uniti. 

L’analisi verrà completata con i risultati appena ottenuti di Predict 2 che ha reclutato altri mille partecipanti e di Predict 3, la nuova fase dell’indagine appena avviata. 

I dati raccolti finora hanno permesso di ricostruire i legami tra microbi, cibo e salute e di individuare l’associazione specifica tra alcuni microbi e i biomarcatori delle malattie metaboliche. Sorprendentemente l’associazione del miocrobioma con questi biomarcatori è risultata ancora più forte di quella genetica. Per esempio: un microbioma ricco di Prevotella copri è associato a un buon controllo dei livelli di zucchero nel sangue dopo il pasto. Altri microroganismi invece producono un effetto opposto ostacolando il controllo della glicemia. Alcuni di questi microbi, come abbiamo detto, non erano mai stati individuati prima. 

«Come scienziato nutrizionista, trovare nuovi microbi che sono collegati a cibi specifici, così come la salute metabolica, è eccitante. Data la composizione altamente personalizzata del microbioma di ogni individuo, la nostra ricerca suggerisce che potremmo essere in grado di modificare il nostro microbioma intestinale per ottimizzare la salute scegliendo gli alimenti migliori per la particolare biologia di ognuno», ha dichiarato Sarah Berry, del King's College London.

L’intervento più semplice per modificare il microbioma è senza dubbio la dieta. Dallo studio è emerso chiaramente come la composizione del microbioma intestinale dei partecipanti fosse fortemente associata a specifici gruppi di alimenti.

«Siamo rimasti sorpresi di vedere gruppi così ampi e chiari di ciò che chiamiamo informalmente microbi "buoni" e "cattivi" emergere dalla nostra analisi. È anche emozionante sapere che i microbiologi sanno così poco di molti di questi microbi da non avergli ancora attribuito un nome. Questa rappresenta una grande area di interesse per noi, poiché riteniamo che possa farci comprendere in futuro come utilizzare il microbioma intestinale come target modificabile per migliorare il metabolismo e la salute umana», ha commentato Nicola Segata, del Computational Metagenomics Lab dell’Università di Trento che ha guidato l’analisi del microbioma.