Perché siamo altruisti e qualcuno lo è di più di altri?

Lo studio 

Perché siamo altruisti e qualcuno lo è di più di altri?

Uno studio dell’Università degli Studi di Milano e dell’Istituto Italiano di Tecnologia- IIT ha dimostrato con esperimenti sui topi che l’altruismo o l’egoismo dipendono da una commistione tra fattori sociali e comportamentali, insieme a meccanismi cerebrali che interessano l’amigdala

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Immagine: Ed Yourdon from New York City, USA, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

I topi dell’esperimento hanno due possibilità: dividere il cibo con i compagni o tenerselo tutto per sé. La scelta è di campo: altruismo contro egoismo. Per la prima volta un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e dell’Istituto Italiano di Tecnologia- IIT ha dimostrato che la predisposizione ad aiutare il prossimo o al contrario la tendenza a pensare solo ai propri interessi dipende da una commistione tra fattori sociali e comportamentali, insieme a meccanismi cerebrali che interessano una specifica area del cervello, l’amigdala. La ricerca, condotta su animali ma pitenzialmente trasferibile agli esseri umani, è stata pubblicata su Nature Neuroscience

In particolare, i ricercatori hanno messo in luce il coinvolgimento delle connessioni fra l’amigdala baso laterale e la corteccia prefrontale del cervello.  L’attivazione fisiologica o meno di questi collegamenti, infatti, influenza il manifestarsi di comportamenti egoistici o altruistici e questo potrebbe spiegare la variabilità degli atteggiamenti tra diversi soggetti. 

Lo studio ha evidenziato infatti che nei soggetti più altruistici, i neuroni dell’amigdala, già noto come il nostro centro emotivo, si attivano maggiormente rispetto a quelli dei soggetti egoisti. Nello specifico, nei soggetti più egoisti la diminuzione dell’attività dell’amigdala è legata alla mancata comunicazione con la corteccia prefrontale, che svolge un ruolo di controllo su molte altre funzioni cognitive, anche in ambito sociale. Dunque, alla base delle scelte egoistiche potrebbe esserci un diverso funzionamento del cervello a livello di queste strutture.

Per verificare i fattori sociali che influenzano il grado di altruismo, i due gruppi di ricerca hanno condotto studi comportamentali su modelli animali, adattando test normalmente svolti con gli esseri umani quali il “dictator game”. In questo caso il soggetto sperimentale poteva scegliere se condividere o meno il cibo con un partner. Gli scienziati hanno individuato alcuni fattori associati a una maggiore tendenza altruistica: quando i partner si conoscono, quando c’è maggiore interazione, quando uno dei due è affamato e uno dei  maschi ha un rango sociale distante dall’altro (il soggetto dominante è più altruista verso il più subordinato). Al contrario i comportamenti egoistici aumentano quando a confrontarsi sono due esseri di pari gerarchia, per cui cresce la competizione.

Il coinvolgimento invece, del circuito cerebrale tra l'amigdala basolaterale e la corteccia prefrontale nella regolazione tra altruismo ed egoismo, è stato dimostrato attraverso la chemogenetica. Questo metodo, utilizzando molecole che si attaccano a siti specifici, 

permette di attivare/disattivare in maniera precisa singoli circuiti cerebrali, in modo da capire quali sono coinvolti in un certo processo e dimostrare il loro ruolo fisiologico.

«Le interazioni sociali sono il fulcro delle nostre vite quotidiane e la maggior parte delle nostre azioni hanno una ricaduta su chi ci circonda. In questo contesto, il progetto di ricerca ha studiato come le azioni prosociali ed egoistiche vengano influenzate da numerosi fattori tra cui: la posizione sociale occupata all’interno di una comunità organizzata, l’empatia, la familiarità all’interno di una relazione sociale e per la prima volta abbiamo dimostrato anche il ruolo del circuito cerebrale che coinvolge l’amigdala, un complesso che viene definito il nostro centro delle emozioni, e la corteccia prefrontale che svolge un ruolo chiave nel controllo delle più importanti capacità cognitive, anche nella sfera sociale», spiega Diego Scheggia, che ha condotto lo studio tra IIT e la Statale di Milano.

I risultati dello studio aiutano a spiegare meglio i dati già presenti in letteratura ottenuti dall’essere umano attraverso tecniche meno precise e gettano le basi per conoscere più approfonditamente malattie psichiatriche e del neurosviluppo che manifestano comportamenti sociali specifici come un’eccessiva socialità (altruismo) o al contrario un’estrema chiusura e assenza di empatia (egoismo).

«Il nostro prossimo obiettivo sarà analizzare come varianti genetiche che predispongono a patologie quali autismo e schizofrenia, tipicamente associate a disturbi socio-cognitivi, possono influenzare queste funzioni sociali riportando alterazioni proprio nei meccanismi cerebrali scoperti», racconta Francesco Papaleo, responsabile del laboratorio di Genetics of Cognition di IIT.