Quella signora è mia nonna. Scoperte nuove cellule che permettono al cervello di riconosce i volti famigliari

La scoperta

Quella signora è mia nonna. Scoperte nuove cellule che permettono al cervello di riconosce i volti famigliari

Ci sono cellule specifiche nel cervello che in una frazione di secondo elaborano il messaggio: quella persona la conosco. Fanno da raccordo tra la percezione visiva e la memoria ed è grazie a loro se ci mettiamo un attimo a chiamare “nonna” la signora dai capelli bianchi che abbiamo di fronte

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Immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Write_Now_L_Britt_as_Grandma_Lizzy_2.jpg
di redazione

Capelli bianchi, ricci capricciosi, occhi azzurri, lineamenti regolari. È l’inconfondibile volto della nonna. Ma c’è anche l’inconfondibile volto del papà con la barba brizzolata e quello della mamma con le lentiggini sulle guance. Poi ci sono i volti degli amici, dei colleghi, dei compagni di scuola. Tutti altrettanto inconfondibili. Come fa il cervello a distinguere in una frazione di secondo un viso famigliare tra miriadi di sconosciuti? Gli scienziati hanno cercato a lungo il cosiddetto “neurone della nonna”, quella singola cellula nel cervello che collega la percezione visiva alla memoria a lungo termine e in un battito di ciglia rivela l’identità del volto che abbiamo di fronte. 

Un nuovo studio su Science dimostra che il singolo “neurone della nonna” non esiste, ma esiste una intera classe di neuroni della nonna incaricata di associare il volto al ricordo della persona. Per la prima volta viene così spiegato come nel cervello si stampano in maniera indelebile le facce famigliari. 

L’ipotesi dell’esistenza di un “neurone della nonna” risale agli anni Sessanta, ma finora non aveva mai goduto di molto credito tra gli scienziati. «Quando mi stavo avvicinando alle neuroscienze, se volevi ridicolizzare la tesi di qualcuno la liquidavi con il commento è “solo un altro neurone della nonna”, un'ipotesi che non poteva esistere. Ora, in un angolo oscuro e poco studiato del cervello, abbiamo trovato la cosa più vicina a un neurone della nonna: cellule in grado di collegare la percezione del viso alla memoria», ha affermato Winrich Freiwald, professore di neuroscienze e comportamento alla Rockefeller University.

Si tratta di cellule cerebrali ibride che si comportano in parte come cellule sensoriali, con risposte affidabili e veloci agli stimoli visivi, e in parte come cellule di memoria che rispondono solo a stimoli che il cervello ha ricevuto in passato. Non sono singoli neuroni (alla stregua del neurone della nonna), ma tante cellule che agiscono collettivamente. 

Per riuscire a dare un’idea della portata della nuova scoperta bisogna partire da quel che si conosceva fino a ora. Gli scienziati avevano già scoperto una marea di neuroni sensoriali specializzati nell’elaborazione delle informazioni facciali e una moltitudine di cellule della memorie dedicate a conservare dati sugli incontri personali.  Mancava però la cellula o il gruppo di cellule in grado di associare la vista del volto alla memoria.

Gli autori del nuovo studio hanno individuato una piccola area del cervello nella regione del lobo temporale che sembrava legata al riconoscimento dei volti. Per scoprire cosa accade in quella remota area del cervello dove avviene l’identificazione delle persone conosciute, gli scienziati hanno osservato con le immagini della risonanza magnetica funzionale gli effetti che la visione di una serie volti famigliari e non famigliari provocava nel cervello di due macachi usati per l’esperimento. 

Ogni volta che all’animale veniva mostrato un volto, i ricercatori registravano i segnali elettrici dei neuroni che si attivavano. E così si è scoperto che quello specifico gruppo di neuroni di quella specifica area del cervello mandava segnali tre volte più forti quando apparivano le immagini dei volti famigliari rispetto a quelle delle persone sconosciute. L’attivazione nuronale avveniva in pochissimo tempo. 

Gli scienziati hanno potuto constatare che il volto di una persona diventa famigliare solo dopo una frequentazione, come si dice adesso, “in presenza”. Le facce apparse più volte su uno schermo non inducevano la stessa risposta nel cervello dei volti con cui si  aveva avuto un contatto ravvicinato. 

«Questo potrebbe indicare l'importanza di conoscere qualcuno di persona.  Data la tendenza al giorno d'oggi a relazioni virtuali, è importante notare che i volti che abbiamo visto su uno schermo potrebbero non evocare la stessa attività neuronale dei volti che incontriamo di persona», ha precisato Sofia Landi, prima autrice dello studio. 

In futuro, i risultati potrebbero anche avere implicazioni cliniche per le persone che soffrono di prosopagnosia o cecità facciale e che  sono incapaci di riconoscere i volti.