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DidascaliaImmagine: US Air Force from USA / Public domain
La schizofrenia è un disturbo psichico complesso per cui oggi sono disponibili diversi trattamenti efficaci. Tuttavia, non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo ai farmaci: per questo c'è un gran bisogno di nuovi approcci terapeutici per chi oggi non trae beneficio dalle terapie. Una risposta a questa urgenza potrebbe arrivare da una ricerca coordinata dall’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications che ha identificato differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina, aprendo la strada a cure sempre più mirate.
I meccanismi dietro l'attività cerebrale
Il lavoro ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1.251 persone. L'obiettivo era approfondire il modo in cui il cervello elabora la ricompensa, vale a dire quel sistema che riconosce gli stimoli che generano piacere o motivazione e spinge a ripetere azioni utili a questo scopo. Gli studiosi hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta. I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker e Goal-Tracker, erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’essere umano e replicati in campioni indipendenti.
La scoperta di questo meccanismo biologico di base ha ricadute concrete nella clinica. «Rianalizzando quei dati con il nostro modello, sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme», dice il primo firmatario dello studio Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze dell’ateneo barese. «I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia. Nell'altro gruppo questo effetto non emergeva».
In particolare, l'effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i pazienti con profilo Sign-Tracker trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo Goal-Tracker. L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Dal laboratorio ai malati
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari. Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale. Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Questa risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale. Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti. I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
«Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio. L'utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l'identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico. L'unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio», evidenzia il coordinatore dello studio Giulio Pergola.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso test di neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
«Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca. L'obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati», conclude Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica dell'ateneo barese e tra i coautori dello studio.
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