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DidascaliaImmagine: Official Navy Page from United States of AmericaKRISTOPHER RADDER/U.S. Navy, Public domain, via Wikimedia Commons
Una singola somministrazione di cellule immunitarie modificate in laboratorio ha consentito a due uomini e una donna di sottoporsi a un trapianto di rene salvavita. I tre pazienti rientravano nella categoria delle persone ipersensibilizzate, una condizione caratterizzata da un sistema immunitario fortemente reattivo che rende quasi sistematico il rigetto immediato degli organi donati, riducendo drasticamente le probabilità di trovare tessuti compatibili.
A oltre un anno dall'intervento, i tre pazienti presentano una regolare funzionalità renale e non hanno manifestato effetti collaterali significativi. I dettagli clinici di questi successi terapeutici sono stati pubblicati sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine attraverso due studi indipendenti.
«Queste persone muoiono in lista d'attesa, non riescono mai a ottenere un rene», ha dichiarato a Nature Allan Kirk, chirurgo trapiantologo alll'Ospedale Universitario Duke di Durham, nella Carolina del Nord, non coinvolto direttamente nelle sperimentazioni. Secondo Kirk, l'applicazione di questa tecnologia cellulare nel settore dei trapianti «potrebbe essere una vera svolta epocale».
Se nove donatori non bastano
Per una fetta di pazienti con insufficienza renale cronica il trapianto è la soluzione d'elezione, tuttavia in una fetta di malati compresa tra il 5% e il 10% la presenza di anticorpi specifici impedisce l'accesso a questa opzione Questa forma di 'ipersensibilità', infatti, indirizza il sistema immunitario contro i tessuti estranei aggredendo rapidamente l'organo del donatore e danneggiandolo irreparabilmente.
Un caso emblematico è quello di una paziente trentacinquenne che si era presentata in struttura per nove volte consecutive accompagnata da potenziali donatori, nessuno dei quali è risultato idoneo dal punto di vista immunologico. «Era disperata», ha commentato Eva Schrezenmeier, coordinatrice di uno degli studi. La donna era già stata sottoposta a un trapianto renale fallito dopo dieci anni. La perdita della funzionalità dell'organo aveva causato ipertensione arteriosa e un successivo scompenso cardiaco, rendendole impossibile il mantenimento del lavoro a causa del progressivo deperimento fisico.
La soluzione è stata individuata nell'applicazione di una terapia con cellule Car-T. Questa tecnica prevede l'estrazione dei linfociti T del paziente e la loro successiva ingegnerizzazione genetica affinché attacchino in modo mirato le cellule responsabili della produzione degli anticorpi patologici. Già approvato per diverse patologie ematologiche e in fase di test per alcune malattie autoimmuni, il protocollo è stato esteso per valutare la riduzione dei livelli di anticorpi nei pazienti candidati al trapianto. In particolare le cellule ingegnerizzate prendevano di mira la proteina CD19 espressa sulla superficie delle cellule immunitarie dannose.
A cinque mesi dalla somministrazione la quantità di anticorpi è diminuito a livelli tali da consentire l'esecuzione del trapianto. Attualmente la paziente ha ripreso l'attività lavorativa come istruttrice di ginnastica acrobatica per bambini e segue il regime terapeutico immunosoppressivo standard previsto per i riceventi non sensibilizzati. «È davvero felice», ha riferito Schrezenmeier.
Possibile nuovo standard
Contemporaneamente, negli Stati Uniti, nell'ambito di uno studio clinico di fase I (la prima di tre fasi, quella in cui viene verificata la sicurezza) un trattamento simile è stato somministrato ai primi due pazienti. In tal caso gli anticorpi modificati prendevano di mira due bersagli molecolari: le cellule immunitarie con proteina CD19 e BCMA. Anche in questo caso il trattamento ha ridotto gli anticorpi consentendo di eseguire il trapianto. Sono passati, rispettivamente 7 e 12 mesi dall'intervento e al momento non sono emersi segnali d rigetto dell'organo.
Nel frattempo il gruppo di ricerca statunitense ha esteso il trattamento ad altri quattro pazienti, uno dei quali ha ricevuto un trapianto il mese scorso dopo vent'anni di permanenza in lista d'attesa. È previsto il coinvolgimento di ulteriori quattro pazienti entro il termine dell'anno in corso.
Nonostante si trattai ancora di pochi pazienti e sia passato poco tempo per gli esperti la nuova tecnica potrebbe diventare lo standard di cura nel giro di pochi anni.
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