Tumore della cervice uterina: pembrolizumab e chemioradioterapia riducono il rischio di progressione della malattia o morte

Esmo 2023

Tumore della cervice uterina: pembrolizumab e chemioradioterapia riducono il rischio di progressione della malattia o morte

di Michele Musso

Uno studio coordinato da una ricercatrice italiana, Domenica Lorusso, potrà cambiare lo standard di cura del tumore della cervice uterina localmente avanzato, per il quale negli ultimi venti anni non ci sono stati progressi significativi.

Lo studio registrativo di Fase 3 KEYNOTE-A18, conosciuto anche come ENGOT-cx11/GOG-3047, mostra che pembrolizumab, terapia anti-PD1 di MSD, in combinazione con chemioradioterapia concomitante, ha prodotto in queste pazienti un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto alla sola chemioradioterapia concomitante.

I risultati sono stati presentati per la prima volta al Congresso 2023 della Società europea di oncologia medica (European Society for Medical Oncology, ESMO), a Madrid dal 20 al 24 ottobre.

Al follow-up mediano di 17,9 mesi il regime con pembrolizumab ha ridotto il rischio di progressione o morte del 30% rispetto alla sola chemioradioterapia concomitante. La PFS mediana non è stata raggiunta in entrambi i gruppi. Il tasso di PFS a 24 mesi era del 67,8% nelle pazienti trattate con il regime con pembrolizumab rispetto al 57,3% in quelle trattate con la sola chemioradioterapia concomitante. Oltre al miglioramento della PFS, è stato osservato un trend favorevole della sopravvivenza globale (OS), l’altro endpoint primario dello studio, per il regime con pembrolizumab rispetto alla sola chemioradioterapia concomitante. Con solo 103 eventi in entrambi i gruppi, tuttavia, i dati di OS non sono maturi e non hanno raggiunto la significatività statistica al momento dell’analisi ad interim. Lo studio sta procedendo ed è in corso il follow-up di OS.

KEYNOTE-A18 «è il primo studio di Fase 3 in cui l’immunoterapia ha dimostrato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione rispetto allo standard di cura in questa popolazione di pazienti - spiega Domenica Lorusso, Principal Investigator dello studio, lead investigator per ENGOT, responsabile dell'Unità Programmazione Ricerca clinica del Policlinico Gemelli di Roma e professoressa di Ginecologia e ostetricia alla Humanitas di Milano. I risultati di questo studio, che mostrano che il regime a base di pembrolizumab ha ridotto il rischio di progressione o morte del 30% rispetto alla sola chemioradioterapia, «sono particolarmente rilevanti – sottolinea Lorusso - soprattutto se si considera che per le pazienti di nuova diagnosi con tumore della cervice uterina localmente avanzato ad alto rischio non ci sono stati progressi delle opzioni terapeutiche per venti anni. I risultati di KEYNOTE-A18, che ha coinvolto circa mille pazienti, cambieranno lo standard di cura».

Ogni anno, in Italia, si stimano circa 2.400 nuove diagnosi di questa neoplasia, quasi sempre causata dall’Hpv, il Papillomavirus umano, la più frequente infezione sessualmente trasmessa. «Oggi abbiamo a disposizione sia la prevenzione primaria con la vaccinazione anti-Hpv sia la prevenzione secondaria con lo screening attraverso il Pap test o il test Hpv - ricorda Saverio Cinieri, presidente dell'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica).

Il tumore della cervice è il quarto tumore più comune nelle donne a livello mondiale; tuttavia, negli ultimi vent’anni, i progressi terapeutici sono stati limitati per le pazienti con malattia localmente avanzata. «I risultati positivi dello studio KEYNOTE-A18 – sostiene Gursel Aktan, vicepresidente, global clinical development, Merck Research Laboratories - dimostrano il potenziale di pembrolizumab in combinazione con chemioradioterapia concomitante come nuova opzione terapeutica per le pazienti con tumore della cervice a rischio elevato, basandosi sul ruolo consolidato di pembrolizumab per alcune pazienti con carcinoma della cervice in fase avanzata e sui nostri sforzi di ricerca negli stadi più precoci della malattia».