Tumore al seno con “gene Jolie”: la gravidanza è sicura per mamma e bambino

Lo studio

Tumore al seno con “gene Jolie”: la gravidanza è sicura per mamma e bambino

di redazione

Nelle donne con tumore al seno che presentano mutazioni del gene BRCA non c’è un maggior pericolo di complicazioni in gravidanza o di rischi per i nascituri, né aumenta la probabilità che il tumore possa recidivare.

A dimostrarlo sono i dati raccolti in dieci anni da 78 centri in tutto il mondo su 4.732 donne colpite entro i 40 anni da un tumore alla mammella collegato alla mutazione BRCA, che predispone allo sviluppo di tumori al seno e all’ovaio e che indusse Angelina Jolie a sottoporsi a una mastectomia preventiva.

Questa mutazione si riscontra in circa il 12% delle oltre 11 mila giovani donne in età fertile che ogni anno in Italia sviluppano un tumore al seno, alle quali la gravidanza al termine delle cure oncologiche era finora sconsigliata, da una parte perché si temeva comportasse un maggior rischio di ricomparsa del tumore, dall’altra perché si ipotizzavano possibili pericoli per il bimbo a causa dell’esposizione a precedenti terapie oncologiche, inclusa la chemioterapia.

Paure a quanto pare infondate come mostra il più ampio studio internazionale condotto per verificare gli esiti delle gravidanze in giovani donne con tumore al seno e mutazioni BRCA, coordinato dall'ospedale San Martino di Genova e realizzato con il supporto di Airc: secondo i dati pubblicati giovedì 7 dicembre sulla rivista JAMA e presentati in contemporanea al San Antonio Breast Cancer Symposium, il più importante congresso mondiale sul carcinoma mammario, a dieci anni dalla diagnosi una paziente su cinque ha avuto una gravidanza senza che si siano registrate complicanze più frequenti durante l’attesa o maggiori pericoli per i nascituri, né un incremento della probabilità di ricomparsa del tumore.

«Questi dati dimostrano che, dopo un trattamento appropriato e un periodo di osservazione sufficiente, la gravidanza non dovrebbe essere più sconsigliata a donne giovani con un tumore al seno e mutazione BRCA – sostiene Matteo Lambertini, oncologo della Clinica di Oncologia medica dell’Università di Genova e Policlinico San Martino, coordinatore della ricerca assieme a Eva Blondeaux, oncologa dell’Unità di Epidemiologia clinica del San Martino - perché è possibile e sicura. Poter coltivare la speranza di costruire una famiglia in futuro, dopo il tumore, è di grande aiuto per le pazienti perché consente loro di accettare meglio la malattia e le terapie». Il numero dei casi di giovani donne colpite da tumore della mammella prima di aver avuto un figlio è in aumento, osserva Lambertini, «complice anche la tendenza di ricercare la prima gravidanza in età sempre più avanzata; inoltre, le cure oncologiche possono portare a una riduzione della fertilità e della capacità di concepire».

Lo studio è un’indagine internazionale retrospettiva a cui hanno partecipato 78 centri di tutto il mondo. Dopo il completamento delle cure ed entro dieci anni dalla diagnosi di tumore, una su cinque (22%) ha avuto una gravidanza, con un tempo medio dalla diagnosi al concepimento di tre anni e mezzo. Delle 517 donne che hanno portato a termine la gravidanza (il 79.7% del totale) il 91% ha avuto un parto a termine e il 10% ha avuto gemelli. Non si sono osservati tassi più elevati dell’atteso nella popolazione generale di complicazioni in gravidanza o di rischio di malformazioni fetali, né differenze significative nella sopravvivenza libera da malattia tra le pazienti che hanno avuto oppure no una gravidanza al termine delle cure oncologiche: avere un figlio non aumenta perciò la probabilità di successive recidive del tumore.