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DidascaliaImmagine: Ferguson-Smith, M.A., Pereira, J.C., Borges, A. et al., CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
Due classi di farmaci anticancro già in uso in clinica sono in grado di interferire con l’aneuploidia, caratteristica genetica comune nelle cellule tumorali, che hanno spesso un numero di cromosomi diverso da quello delle cellule normali umane.
A individuare un possibile nuovo approccio terapeutico, applicabile in principio a diversi tipi di cancro, è stato un gruppo di ricercatori coordinati da Stefano Santaguida, group leader del Laboratorio di integrità genomica all’Istituto europeo di oncologia e professore di Biologia molecolare all’Università Statale di Milano.
I risultati sono l’esito di due ampi lavori di ricerca, sostenuti da Fondazione Airc, e sono stati pubblicati sulle riviste Nature Communications e Cancer Discovery.
L’aneuploidia è un cambiamento nel numero di cromosomi: tutte le cellule umane hanno, in condizioni normali, 46 cromosomi, mentre quelle tumorali ne hanno spesso di più o di meno e risultano quindi con un patrimonio cromosomico (cariotipo) sbilanciato. Si tratta di una caratteristica molto comune nelle cellule tumorali, dato che l’aneuploidia si trova nel 90% circa dei tumori solidi e nel 75% di quelli ematologici.
«Finora tuttavia questo importante segno distintivo del cancro non è mai stato clinicamente sfruttato come bersaglio di cura – osserva Santaguida - perché fino a poco tempo fa mancavano gli strumenti necessari a riprodurre e coltivare in laboratorio cellule puramente aneuploidi. Le cellule tumorali sono infatti caratterizzate da un caos genetico dovuto a diverse anomalie, fra cui appunto l’aneuploidia. Diversi laboratori di ricerca da anni cercavano di generare sistemi in cui l’aneuploidia potesse essere studiata singolarmente, ossia senza la presenza di altre alterazioni normalmente esistenti nelle cellule tumorali. Lo scopo era analizzare questa caratteristica e capire come colpirla. Per la prima volta allo Ieo – sottolinea Santaguida - siamo riusciti a sviluppare cellule in coltura esclusivamente con cariotipi aneuploidi. Abbiamo così potuto creare dei cloni di cellule aneuploidi e studiarli per capire le loro vulnerabilità, vale a dire quali processi servono loro a sopravvivere e quali sono quindi sfruttabili come bersagli terapeutici».
«Siamo arrivati per primi a questo risultato grazie all’utilizzo di diverse tecniche “omiche”, cioè approcci di ultima generazione che consentono di avere una visione globale delle attività di una cellula o un tessuto, tra cui tecniche di sequenziamento del DNA, screening genomici e analisi di proteomica» precisa Marica Rosaria Ippolito, prima autrice dei due articoli, dottoressa di ricerca della Scuola europea di medicina molecolare.
I ricercatori hanno così scoperto che le cellule aneuploidi vengono colpite sia dai farmaci chemioterapici che inducono danni al DNA, sia dai PARP-inibitori, i farmaci a bersaglio molecolare utilizzati per esempio nella terapia del tumore dell’ovaio e della mammella. Si tratta di farmaci efficaci in caso di mutazione BRCA e altri deficit genetici che alterano i meccanismi di riparazione dei danni al DNA. I risultati ottenuti con le cellule aneuploidi generate in laboratorio sono stati validati su campioni ottenuti da pazienti.
«Siamo quindi fiduciosi - conclude Santaguida - che i nostri studi offriranno a breve nuove possibilità di cura per l’ampio gruppo di tumori aneuploidi».
Le ricerche sono state condotte in collaborazione con numerosi centri di ricerca in Israele, Stati Uniti, Germania e Italia .Su argomenti simili
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