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Negli ultimi trent’anni il numero di persone affette da ipertensione nel mondo è raddoppiato, passando da 650 milioni a 1,2 miliardi. L’incremento si è registrato prevalentemente nei Paesi a basso e medio reddito. È il risultato di una delle più ampie indagini sull’andamento globale dell’ipertensione che ha coinvolto 100 milioni di persone nell’arco di tre decenni in 184 Paesi. La ricerca realizzata dalla Non-Communicable Disease Risk Factor Collaboration (NCD-RisC) e pubblicato su Lancet ha analizzato i dati di 1.200 studi rappresentativi della popolazione, consegnando la fotografia dell’attuale situazione che gli stessi autori descrivono come paradossale: negli ultimi anni sono stati ottenuti numerosi progressi nella diagnosi e nella terapia dell’ipertensione, attualmente sono ampiamente disponibili farmaci a basso costo dall’efficacia comprovata e le strategie preventive sono arcinote. Eppure circa la metà delle persone che soffre di pressione alta ignora di avere questo problema di salute dalle conseguenze per nulla trascurabili (la pressione alta è un fattore di rischio riconosciuto per ictus, infarto, malattie renali). E c’è un’ampia casistica di persone che pur avendo ricevuto una diagnosi non segue alcuna terapia. Si tratta del 53 per cento delle donne e del 62 per cento degli uomini.
In tutto il mondo, solo una donna su quattro e un uomo su cinque con ipertensione viene curato adeguatamente.
«Nonostante gli avanzamenti della medicina nei decenni, i progressi nella gestione dell'ipertensione sono stati lenti e la stragrande maggioranza delle persone con ipertensione non viene curata, con grandi svantaggi nei paesi a basso e medio reddito. La nostra analisi ha rivelato buone pratiche nella diagnosi e nel trattamento dell'ipertensione non solo nei paesi ad alto reddito ma anche nei paesi a medio reddito. Questi successi dimostrano che prevenire l'ipertensione e migliorarne la diagnosi, il trattamento e il controllo sono possibili in contesti a basso e medio reddito se i donatori internazionali e i governi nazionali si impegnano ad affrontare questa importante causa di malattia e morte», ha dichiarato Majid Ezzati dell’Imperial College London autore senior dello studio.
Dall’analisi emerge che i tassi di ipertensione sono diminuiti drasticamente nei Paesi ad alto reddito (Germania, Spagna, Canada, Svizzera e Regno Unito), ma sono aumentati o rimasti invariati in molti Paesi a basso e medio reddito. Canada e Perù hanno la percentuale più bassa di persone affette da ipertensione con circa 1 caso su 4 (figura 2). Taiwan, Corea del Sud, Giappone e alcuni paesi dell'Europa occidentale tra cui Svizzera, Spagna e Regno Unito hanno i tassi di ipertensione più bassi nelle donne (meno del 24%), mentre Eritrea, Bangladesh, Etiopia e Isole Salomone hanno avuto i tassi più bassi negli uomini (meno del 25%). All'altro estremo opposto si trovano Argentina, Paraguay, Tagikistan e diversi paesi dell'Europa centrale e orientale (Ungheria, Polonia, Lituania, Romania, Bielorussia e Croazia).
Canada, Islanda e Corea del Sud sono i Paesi dove le cure funzionano meglio, con il 70 per cento di persone prese in carico dai servizi sanitari. Alcuni Paesi a medio reddito come il Costa Rica riescono comunque ad avere una gestione efficace dell’ipertensione nella popolazione arrivando a offrire trattamenti al 65 per cento di chi ne ha bisogno.
Lo scenario peggiore si osserva nei Paesi poveri dell’Africa subsahariana e dell’Oceania, in Nepal e in Indonesia, dove meno di un quarto delle donne e meno di un quinto degli uomini con ipertensione sono sottoposti a trattamento. Vale la pena ricordare che la pressione alta è direttamente associata a più di 8,5 milioni di morti nel mondo all’anno ed è il fattore di rischio principale per ictus, malattia cardiaca ischemica e altre malattie cardiovascolari e che con un adeguato controllo della pressione arteriosa i casi di ictus potrebbero venire ridotti del 35-40 per cento, quelli di infarto del 20-25 per cento quelli di scompenso cardiaco del 50 per cento.
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