L’anestesia generale in punto di morte. Perché non addormentare i malati terminali che lo desiderano?

Proposta controcorrente

L’anestesia generale in punto di morte. Perché non addormentare i malati terminali che lo desiderano?

Il desiderio di essere totalmente privi di coscienza al momento della morta deve essere ascoltato ed esaudito. Il sistema c’è. Tre ricercatori di Oxford propongono di introdurre l’anestesia generale tra le opzioni dei trattamenti palliativi del fine vita

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Immagine: Greens MPs / Flickr
di redazione

Quando gli analgesici non bastano a calmare il dolore, ai pazienti terminali viene offerta al massimo l’opzione della sedazione profonda. Il risultato è uno stato di dormi-veglia in cui si è ancora consci della propria condizione. Ma c’è chi preferirebbe di gran lunga morire senza accorgersi di nulla. 

Il sistema per esaudire i bisogni di questi pazienti esiste da più di 170 anni ed è l’anestesia generale, la procedura che consente di restare totalmente all’oscuro di quel che  accade intorno. Ora, tre scienziati dell’Università di Oxford propongono sulla rivista Anaesthesia di addormentare i pazienti terminali con gli stessi farmaci che si usano per le operazioni chirurgiche e non con sedativi più leggeri che mantengono la persona vigile. 

«Alcuni pazienti possono esprimere un chiaro desiderio di essere completamente incoscienti mentre muoiono.  Alcuni di loro vogliono solo dormire. I pazienti hanno il diritto di essere incoscienti se stanno morendo. Abbiamo i mezzi medici per permetterlo e dovremmo farlo», ha dichiarato Julian Savulescu, tra gli autori dell’appello. 

A scanso di equivoci, i ricercatori sottolineano che la loro proposta non ha nulla a che vedere con il suicidio assistito attualmente illegale nel Regno Unito come nella maggior parte dei Paesi del mondo. La loro idea non è trasgressiva, né rivoluzionaria: si tratta semplicemente di osare un po’ di più rispetto a quanto si fa adesso. Non sempre e non di routine. Ma almeno per quelle persone che esprimono il desiderio di morire dormendo.

«Il desiderio di restare inconsci come mezzo per eliminare l'esperienza della sofferenza fisica o mentale è comprensibile.  L'incoscienza attraverso l'anestesia generale offre le maggiori possibilità di assicurarsi che il paziente non sia consapevole nel momento in cui attraversa un’esperienza traumatica», commenta Jaideep Pandit, professore di anestesia all’Università di Oxford. 

Per favorire il ricorso all’anestesia generale nelle fasi finali della vita servirebbero nuove linee guida con indicazioni specifiche per i pazienti terminali. Il consenso informato è, ovviamente, fondamentale per accertarsi che i pazienti siano al corrente delle diverse opzioni che la scienza può offrire per alleviare la sofferenza sia fisica che mentale della malattia. E l’anestesia potrebbe aggiungersi alla lista delle tradizionali cure palliative, antidolorifici e sedazione. 

Secondo gli scienziati il timore che l’anestesia generale acceleri la morte è infondato. In molti Paesi, riferiscono gli autori, il  farmaco anestetico propofol viene somministrato per oltre 14 giorni e non sono state osservate differenze nella durata di vita tra le persone sedate e non sedate. 

Lo scopo dell’anestesia generale, ribadiscono gli autori, è quello di rendere il paziente inconscio e non di accelerarne la morte. 

Secondo una recente indagine condotta dagli stessi autori nella popolazione generale e pubblicata su PLOS One, l’88 per cento delle persone intervistate ha dichiarato che sceglierebbe l’anestesia generale nella fase terminale della vita. Ma la possibilità di accedere a questa procedure, specificano gli autori, dovrebbe essere contemplata indipendentemente dal numero di persone realmente interessate.

«Anche se l’anestesia generale venisse desiderata solo da pochi pazienti, c'è un imperativo morale da parte delle organizzazioni che si occupano di cure palliative di prepararsi alla possibilità che la procedura possa essere richiesta da alcuni pazienti nei trattamenti di fine vita. È necessario collaborare per sviluppare protocolli chiari per affrontare tutte le questioni pratiche, etiche e medico-legali della questione», concludono i ricercatori.