L’attesa infinita. Serve sempre più tempo per immettere sul mercato un nuovo farmaco contro il cancro

Il report

L’attesa infinita. Serve sempre più tempo per immettere sul mercato un nuovo farmaco contro il cancro

Dal 2000 al 2016 sono stati approvati ben 97 nuovi farmaci, con 177 diverse indicazioni. Ma contemporaneamente i tempi di sviluppo e approvazione sono cresciuti di oltre un anno

di redazione

È il 1994. Sulle pagine di una rivista scientifica iperspecialistica, il Journal of Steroid Biochemistry and Molecular Biology, ricercatori dell’Institute of Cancer Research di Sutton nel Regno Unito descrivono l’azione farmacologica sulla prostata di due molecole denominate rispettivamente CB7598 e CB7627, che risulta essere più marcata di due composti già noti: il ketoconazolo il flutamide. Per queste caratteristiche le due molecole sembrano i candidati ideali per la terapia ormonale del tumore della prostata.

Trascorrono altri 4 anni prima che la molecola CB7598 compaia di nuovo nella letteratura scientifica. È il dicembre del 1998: i suoi effetti e il meccanismo di funzionamento finalmente diventano più chiari. Soprattutto CB7598 viene battezzata con un vero nome: si chiama abiraterone. 

Intanto continua la ricerca, arriva un’azienda farmaceutica, giacché l’Institute of Cancer Research non ha la forza per sviluppare la molecola, si compiono le prime sperimentazioni sull’uomo. Finché si arriva al 2010, quando un trial clinico che ha convolto oltre 1.200 persone e più di 100 centri clinici sparsi per il mondo, dà la sentenza finale: abiraterone è in grado di prolungare l’aspettativa di vita dei pazienti rispetto al placebo. 

L’anno seguente l’European Medicine Agency (Ema) decreta l’approvazione del farmaco.

Sono passati 17 anni dal momento della sua scoperta. 

E ne passeranno ancora altri prima che le agenzie del farmaco dei singoli Paesi europei completino i processi di approvazione nazionale necessari per  rendere il medicinale effettivamente disponibile per i pazienti. 

È con questo esempio che l’Institute of Cancer Research apre il suo rapporto sull’accesso ai farmaci oncologici in Europa (From Patent to Patient. Analysing access to innovative cancer drugs). Un rapporto che si concentra, sì, sul Regno Unito e sul ruolo del Nice (National Institute for Health and Care Excellence), ma che, sullo sfondo, ritrae lo scenario europeo che ci riguarda tutti. 

Più armi, ma non per tutti

Il primo dato fornito dal report, che ha passato in rassegna tutti i farmaci oncologi approvati dall’Ema dal 2000 al 2016, è una buona notizia. 

Negli ultimi anni è cresciuto in maniera sostanziale il numero di medicinali anticancro resi disponibili in Europa: nel periodo considerato dai ricercatori sono stati approvati ben 97 nuovi prodotti, con 177 diverse indicazioni. Inoltre, in questo lasso di tempo il loro numero è andato progressivamente aumentando, passando dai 7,5 per anno dal 2000 al 2008 ai 14,6 per anno dal 2009 al 2016.

Se questo è il dato positivo, però, ce n’è un altro terribilmente negativo che emerge appena si scorrono nel dettaglio le approvazioni. Si scopre infatti che questa enorme messe di innovazione e opportunità non è per tutti, ma solo per una fetta (seppur cospicua) di pazienti oncologici. 

Per alcuni tipi di tumore si sono resi disponibili decine di nuovi farmaci che hanno completamente rivoluzionato il trattamento e la vita dei malati (si pensi a certe leucemie o all’avvento dell’immunoterapia per alcuni tumori della pelle o del polmone ). Allo stesso tempo, per altri tumori, come quelli del cervello, il numero di nuove cure è rimasto al palo. 

E che dire dei trattamenti riservati ai bambini? Solamente 8 farmaci sui 97 autorizzati dall’Ema hanno indicazioni pediatriche. E solo due di questi sono  indicati per i tumori solidi, che rappresentano circa il 60 per cento dei nuovi casi di cancro infantile ogni anno e sono spesso più difficili da trattare rispetto ai tumori del sangue.

L’attesa

Resta poi il problema dei tempi biblici che occorrono affinché un nuovo farmaco diventi effettivamente disponibile per i malati. Tempi, che nel periodo considerato dai ricercatori si sono allungati di oltre 1 anno. 

I ricercatori hanno scandito fase per fase il processo di approvazione quantificando il tempo di ciascuna di esse. 

Si scopre, così, che passano poco più di 3 anni e mezzo dal deposito del brevetto di una nuova molecola (che può essere considerato il suo atto di nascita ufficiale) al completamento dello sviluppo preclinico (i test effettuati su cellule, tessuti o animali) fino all’avvio della sperimentazione clinica di fase I (la prima effettuata sull’uomo necessaria per valutare la sicurezza del prodotto). Un lasso di tempo che è rimasto stabile nel periodo considerato dai ricercatori. 

È la fase successiva, invece, quella in cui si è assistito a un drastico rallentamento del processo di sviluppo: quello della sperimentazione clinica fino all’approvazione dell’autorità europea la cui durata è passata da 7,8 anni a 9,1. 

«Questo suggerisce che ci sono crescenti ritardi nella definizione e nella conduzione di studi clinici, nel passaggio da una fase alla successiva e nell’ottenere l'autorizzazione sulla base dei risultati conseguiti. Ciò è preoccupante, dal momento che gli studi clinici dovrebbero essere sempre più rapidi dal momento che i farmaci antitumorali mirati possono essere valutati in studi più piccoli e intelligenti che l'EMA si è impegnata a rendere disponibili i farmaci più velocemente». 

L’ultimo capitolo sui ritardi riguarda quelli che si verificano quando tocca all’autorità nazionale rendere effettivamente disponibili i nuovi farmaci nei Paesi europei. Il report si concentra sul britannico Nice, accusato dai ricercatori di riconoscere scarso valore all’innovazione rappresentata dai nuovi farmaci oncologici. Basti pensare che delle 177 indicazioni approvate dall’Ema tra il 2000 e il 2016 il Nice ne ha valutate soltanto 107 e ne ha concesso soltanto 71. 

Non esistono dati analoghi relativi all’Italia, ma tendenzialmente l’Aifa tende a confermare le indicazioni europee. 

Quel che si sa è che nel nostro Paese i tempi di approvazione (che comprendono anche la definizione del prezzo di rimborso del farmaco) sono tra i più lunghi d’Europa.

Uno studio pubblicato esattamente un anno fa sulla rivista Medicine Access @ Point of Care e condotto da ricercatori afferenti alla Graduate School of Health Economics and Management (ALTEMS) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, a Intexo e a Quintiles lMS ha stimato che nel periodo 2013-2015 sono occorsi in media 247 giorni perché un farmaco già approvato dall’Ema ottenesse l’ok definitivo anche dalla nostra agenzia nazionale (335,3 per quelli orfani e 196,5 per quelli non orfani). 

A ciò in alcune regioni può aggiungersi ulteriore tempo (fino a 90 giorni) per l’effettiva disponibilità del nuovo farmaco. 

Altri mesi che si vanno ad aggiungere agli anni di attesa già trascorsi. Per pazienti a cui la malattia spesso non lascia molto da vivere. 

«Sono realizzabili grandi progressi nella sopravvivenza dei malati di cancro», ha affermato in conclusione del rapporto Raj Chopra, direttore della Cancer Research UK Cancer Therapeutics Unit all’Institute of Cancer Research. «Ma soltanto se troviamo modi per sfruttare meglio la nostra maggiore conoscenza scientifica del cancro e accelerare l’accesso dei pazienti ai nuovi farmaci innovativi».