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DidascaliaImmagine: Tim Tim (VD fr), CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Non cambiare il Dna, ma intervenire sull'"interruttore" che regola l'attività dei geni. È la nuova frontiera della tecnologia Crispr raccontata da un articolo pubblicato su Nature, secondo cui diverse aziende biotecnologiche stanno sperimentando una nuova generazione di terapie basate sull'editing epigenetico, con possibili applicazioni che vanno dalle malattie rare all'epatite B fino all'ipercolesterolemia.
A differenza dell'editing genetico tradizionale, che modifica direttamente la sequenza del Dna, l'editing epigenetico agisce sui marcatori chimici che ne controllano il funzionamento. In pratica, non riscrive il patrimonio genetico, ma decide quali geni debbano essere "accesi" e quali "spenti". Un meccanismo che gli autori dell'articolo paragonano a un mixer audio: la musica resta la stessa, ma cambia il modo in cui viene eseguita.
Secondo Nature, questa strategia potrebbe offrire un vantaggio importante sul piano della sicurezza. Poiché il Dna non viene tagliato, si riduce il rischio di modifiche indesiderate del genoma.
«L'editing epigenetico è un concetto davvero entusiasmante per lo sviluppo di nuove terapie perché non comporta il rischio di introdurre mutazioni indesiderate nel Dna, come invece può accadere con l'editing genetico», spiega Jessica Tyler, biologa molecolare del Weill Cornell Medicine di New York.
Tra le aziende più avanzate c'è Epicrispr Biotechnologies, che sta sperimentando una terapia per la distrofia muscolare facio-scapolo-omerale, una rara malattia genetica che provoca una progressiva perdita della forza muscolare. La terapia non corregge la mutazione responsabile della malattia, ma ripristina i segnali epigenetici che normalmente tengono "spento" un gene tossico per il muscolo.
I primi risultati della sperimentazione clinica, presentati al Congresso internazionale sulla distrofia muscolare facio-scapolo-omerale, mostrano che tre pazienti trattati con una singola dose della terapia hanno registrato, dopo sei mesi, un aumento significativo della massa muscolare.
«Siamo rimasti sorpresi quando, alla visita dei sei mesi, perché era il primo momento in cui effettuavamo una risonanza magnetica, abbiamo visto che i pazienti stavano effettivamente aumentando la massa muscolare», racconta Amber Salzman, amministratrice delegata della società.
Ma la distrofia muscolare non è l'unico obiettivo. Altre aziende stanno sviluppando terapie basate sull'editing epigenetico contro l'epatite B cronica, con l'obiettivo di silenziare il virus anche quando parte del suo materiale genetico si è integrato nelle cellule del fegato. Altri programmi riguardano l'ipercolesterolemia, attraverso il blocco del gene PCSK9, e, in prospettiva, malattie neurodegenerative come il morbo di Huntington e il morbo di Parkinson, nelle quali alterazioni dell'epigenoma sembrano contribuire alla progressione della malattia.
Gli esperti invitano comunque alla prudenza. Sebbene questa tecnologia non modifichi direttamente il Dna, intervenire sui meccanismi che regolano l'attività dei geni richiede un attento controllo degli effetti indesiderati.
«L'editing epigenetico può sembrare più sicuro dell'editing genomico perché non comporta il taglio del Dna, ma "non tagliare" non significa essere privi di rischi», osserva Yann Joly, direttore del Centre of Genomics and Policy della McGill University. «Spegnere il gene sbagliato potrebbe avere conseguenze importanti, soprattutto se si tratta di un gene coinvolto nella protezione dai tumori, nell'immunità o nello sviluppo».
Secondo Nature, se gli studi clinici confermeranno i risultati preliminari, le prime terapie basate sull'editing epigenetico potrebbero arrivare entro la fine del decennio, inaugurando una nuova fase della medicina di precisione: non più modificare il codice genetico, ma imparare a regolarne il funzionamento.
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