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ICAR 2026: 40 anni di lotta all’Hiv/Aids
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    Immagine: NIAID, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
A Catania dal 20 al 22 maggio, a quarant’anni dalla prima terapia antiretrovirale, esperti, clinici, ricercatori e Associazioni hanno fatto il punto sui progressi che hanno trasformato l’Hiv in una malattia cronica controllabile

“Embrace Treatment, Empower Prevention, Advance Innovation” (Rafforzare la prevenzione, potenziare le cure e spingere l’innovazione nella ricerca) è il claim dell'edizione 2026 dell'Italian Conference on Aids and Antiviral Research (ICAR) e traccia la direzione del Congresso, che mette al centro i tre pilastri dell’azione contro l’Hiv (prevenzione, terapia e ricerca) e l’alleanza tra Società scientifiche, società civile, clinici e ricercatori, Associazioni. Quest’alleanza ha permesso di ottenere le vittorie che hanno rivoluzionato la gestione dell’Hiv e resta fondamentale anche in vista dell’obiettivo “zero infezioni” entro il 2030, fissato dall’Oms. «Elemento distintivo di ICAR è il rafforzamento del rapporto tra community e ricercatori – sottolinea Antonella Castagna, presidente ICAR - con molte sessioni condivise e ampio spazio dedicato ai giovani. Il congresso si caratterizza inoltre per una forte apertura non solo verso l’Europa ma anche verso il resto del mondo, con la presenza di numerosi interventi provenienti dall’estero».

In Italia vivono 150 mila persone con infezione da Hiv. Secondo gli ultimi dati del Centro operativo Aids (Coa) dell’Istituto superiore di sanità, aggiornati al 31 dicembre 2024, le nuove diagnosi restano sostanzialmente stabili: nel 2024 sono state riportate 2.379 nuove infezioni rispetto a 2.349 nel 2023, pari a quattro casi per 100 mila abitanti. Sembra essersi arrestato il trend in calo registrato fino al 2020. Il 46% dei nuovi casi è legato a trasmissione eterosessuale.

Si stima inoltre che tra 8 mila e 10 mila persone in Italia non siano consapevoli di aver contratto l’infezione e, dunque, a rischio di trasmetterla. Dal 2015 è in crescita la quota di diagnosi tardive, talvolta già in fase di Aids: dal 54,4% al 59,9% nel 2024.

Nei giovani sotto i 25 anni d’età risultano ancora aree di disinformazione su Hiv e prevenzione: lo indicano anche le analisi del Telefono verde Aids e Ist dell’Iss, che evidenziano dubbi ricorrenti su comportamenti a rischio e misure di protezione.

«I dati dell’Istituto superiore di sanità sulle nuove infezioni diagnosticate in Italia negli ultimi anni sono purtroppo stabili - commenta Cristina Mussini, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) - nonostante l’incremento della PrEP. Questo dimostra che si è abbassata la percezione del rischio da parte della popolazione: se ne parla poco e la malattia non fa più paura».

«Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dall’introduzione della prima terapia antiretrovirale, che ha rappresentato uno dei più grandi successi della storia della medicina, considerando sia i risultati ottenuti che il tempo necessario per raggiungerli» ricorda Carlo Federico Perno, copresidente del Congresso Icar. «Si è passati da una malattia con mortalità pressoché del 100% - prosegue - a una condizione oggi trattabile in modo efficace. Una situazione paragonabile a quella del diabete o dell’ipercolesterolemia, in cui il paziente deve seguire una terapia per tutta la vita. Attualmente circa il 98% dei pazienti in terapia raggiunge uno stato di non rilevabilità stabile del virus nel sangue». Non si può però parlare di guarigione, precisa Perno: «L’infezione da Hiv è controllabile per lunghi anni, forse per tutta la vita, ma resta cronica. Su circa 40 milioni di persone infettate nel mondo, solo pochissimi casi, una manciata, sono stati effettivamente guariti, principalmente attraverso trapianti di midollo eseguiti per altre patologie come la leucemia». Se la terapia antiretrovirale è la storia di un successo, «per quanto riguarda i vaccini, l’Hiv rappresenta forse uno dei più grandi fallimenti della medicina moderna, se teniamo conto delle aspettative» sostiene Perno. «Non esiste ancora un vaccino efficace – precisa Perno - a causa delle caratteristiche peculiari del virus, che muta continuamente».

Dall’introduzione della terapia antiretrovirale a metà anni Novanta sono stati sviluppati molti nuovi farmaci, meno tossici e meno intrusivi. Farmaci iniettivi a lunga durata stanno sostituendo le tante pillole da assumere quotidianamente, riducendo gli effetti collaterali e migliorando l’aderenza terapeutica. Seguire correttamente la terapia riduce la carica virale e la mantiene al di sotto dei livelli rilevabili nel sangue. Così si interrompe la catena dei contagi: è il principio U=U (Undetectable = Untransmittable), cioè “Non rilevabile=Non trasmissibile”.

Profilassi pre-esposizione (PrEP): aumentano gli utilizzatori, ma restano forti disuguaglianze territoriali e di accesso. La PrEP (profilassi pre-esposizione) ha registrato in Italia un aumento del 51,6% nel 2024, anno in cui è diventata gratuita tramite Ssn, passando da 10.697 a 16.220 utilizzatori rispetto all'anno precedente. I dati emergono dallo studio PrIDE, condotto su 62 Centri e presentato alla Conferenza ICAR di Catania. L'accesso rimane però disomogeneo: il 75,6% degli utenti è concentrato in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Gli utilizzatori sono quasi esclusivamente uomini (95,7%) e circa il 72% ha mantenuto la profilassi per l'intero anno, con un tasso di abbandono del 20-25%.

In questo scenario arriva la rimborsabilità della PrEP long-acting. «Queste formulazioni long-acting potrebbero cambiare completamente lo scenario della prevenzione delle nuove infezioni», commenta Giuseppe Nunnari, copresidente del Congresso ICAR. La novità rispetto alla PrEP orale è la modalità di somministrazione: dopo una prima iniezione ne deve seguirne una seconda a distanza di un mese, mentre le successive singole iniezioni di mantenimento sono previste ogni due mesi. Una somministrazione bimestrale, dunque, per abbattere il rischio di contrarre l’Hiv. Si tratta però di un farmaco costoso, che ha portato l’Agenzia del farmaco (Aifa) a definire criteri precisi di accesso, privilegiando le popolazioni ad alto rischio e quelle che non riescono a utilizzare la PrEP orale per problemi di tollerabilità.

Hiv: cala la percezione del rischio tra gli adolescenti. Gli esperti di ICAR lanciano l’allarme: tra adolescenti e giovani manca un’adeguata educazione sessuo-affettiva, l’accesso alla prevenzione è ancora limitato e lo stigma continua a ostacolare test e cure.

«C’è molto bisogno di fare prevenzione – sostiene Mussini - che resta uno strumento fondamentale: informazione, educazione alla salute, accesso al test. L’educazione sessuale nelle scuole è importante contro tutte le malattie sessualmente trasmesse, che sono in aumento, in particolare fra i giovani. Bisogna ribadire che rapporti sessuali non protetti espongono al rischio di contrarre l’Hiv e altre malattie sessualmente trasmesse».

Gli adolescenti sono «persone in una fase di esplorazione – sottolinea Ilenia Pennini, copresidente del Congresso e responsabile Salute di Arcigay - ma ciò che manca è un’adeguata educazione sessuo-affettiva. Da anni si lavora per promuoverla nelle scuole, anche attraverso attività ICAR. Tuttavia, le possibilità di intervenire in questi contesti stanno diminuendo e la “legge Valditara” – sostiene - rischia di limitare ulteriormente queste attività. Il consenso informato rappresenta un ulteriore ostacolo: se un giovane vive in un contesto familiare restrittivo o fortemente influenzato da pregiudizi, può trovarsi escluso dalla possibilità di partecipare a iniziative di informazione, di accedere a test e a strumenti di prevenzione. In questo modo si rischia di non raggiungere proprio le persone che ne avrebbero più bisogno».

A livello globale, circa il 70-75% delle infezioni da Hiv si concentra in Africa, dove la trasmissione continua a essere elevata e coinvolge anche i neonati per trasmissione verticale, ovvero il passaggio del virus dalla madre al bambino. «Grandi progressi sono stati fatti anche nei Paesi a risorse limitate – osserva Prno - e per milioni di persone oggi c’è una terapia efficace, tuttavia le strategie di cura sviluppate nei Paesi occidentali non sono ancora state pienamente applicate su larga scala in queste aree, dove il bisogno rimane enorme. Un’attenzione particolare va posta sugli adolescenti. Molti di loro sono i sopravvissuti a un’infezione acquisita alla nascita, considerando che circa il 50% dei bambini infettati con trasmissione verticale del virus muore entro i primi due anni di vita». Dal punto di vista della prevenzione, «l’attività sessuale precoce, non solo in Italia ma in molti Paesi, è spesso accompagnata da uno scarso uso di protezioni» aggiunge Perno. L’utilizzo del preservativo e della PrEP è ancora insufficiente tra gli adolescenti, perciò è «fondamentale intervenire anche sul piano sociale, concentrando l’attenzione su questa fascia di popolazione. Perché chi contrae l’infezione in giovane età, ad esempio a 14 anni, dovrà conviverci per tutta la vita».

Donne le più colpite dallo stigma. L’età mediana alla diagnosi continua a crescere e si attesta a 41 anni per i maschi e 40 anni per le femmine, confermando un progressivo spostamento dell’infezione verso fasce d’età più adulte rispetto al passato. Questo cambiamento riflette una trasformazione del profilo epidemiologico: l’Hiv coinvolge sempre più persone di mezza età, con la fascia 30-39 anni che resta comunque la più rappresentata, con un’incidenza di dieci casi ogni 100 mila residenti. 

Anche se i numeri mostrano una minor presenza femminile nelle nuove diagnosi di Hiv (circa un quinto nel 2024), il peso sociale della malattia colpisce in modo sproporzionato proprio le donne. «È ancora difficile vivere serenamente con l’Hiv a causa dello stigma, soprattutto per le donne e specie per coloro che vivono in condizioni socio-economiche svantaggiate» sostiene Pennini. «Per loro – prosegue - non mancano conseguenze sulla vita sociale. Non di rado poi la diagnosi arriva in età fertile durante un percorso di ricerca di gravidanza, un momento in cui il test per Hiv viene generalmente proposto. La scoperta di essere persone che vivono con Hiv può portarle a rinunciare al desiderio di maternità. Questo nonostante la trasmissione materno-fetale sia ormai praticamente azzerata laddove la diagnosi è nota e gestita».

La maggior parte delle persone che richiedono la PrEP «è costituita da uomini che hanno rapporti sessuali con uomini - precisa Castagna - e rappresentano oltre il 90% delle richieste. Le donne, invece, costituiscono una percentuale molto ridotta, evidenziando la necessità di un approccio multidisciplinare che integri maggiormente la prevenzione dell’Hiv nei percorsi di salute femminile».

La prevenzione al femminile «è spesso associata alla sola contraccezione – aggiunge Pennini – come se fossero ambiti separati, mentre anticoncezionali e PrEP dovrebbero essere considerati parte dello stesso percorso di tutela della salute. Se l’uso della contraccezione è stato progressivamente normalizzato, lo stesso non è ancora avvenuto per la prevenzione dell’Hiv. Per arrivare all’obiettivo “zero” dell’Organizzazione mondiale della sanità è necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili. E in questo senso il ruolo dei ginecologi appare limitato: non sono molti coloro che associano alla contraccezione il consiglio della PrEP». Resta inoltre un nodo cruciale legato alla diagnosi tardiva: «Il test per Hiv dovrebbe essere effettuato con regolarità, indipendentemente dal numero di partner, mentre molte diagnosi tardive derivano dal fatto che alcune persone non hanno mai fatto un test nella vita. Esiste anche una responsabilità da parte di chi, pur osservando sintomi, non propone il test per pregiudizio. Ma il virus – conclude Pennini - non conosce la morale».

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