Ictus prima causa di disabilità. Indispensabile prevenzione e corretta diagnosi di patologie correlate

L'altra emergenza

Ictus prima causa di disabilità. Indispensabile prevenzione e corretta diagnosi di patologie correlate

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Immagine: Bobjgalindo, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Colpisce ogni anno 150 mila italiani ed la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. Tanto che è la prima causa di disabilità.

Sono impressionanti i numeri dell’ictus cerebrale, una patologia spesso sottovalutata che, tuttavia, oltre a un grande impatto sulla salute ha un carico economico enorme, sia sui pazienti ed i propri familiari sia sui servizi sanitari. 

La Stroke Alliance for Europe (SAFE) ha stimato come, già nel 2017, l’impatto economico dell’ictus nell’Unione europea ammontasse a 60 miliardi di euro, con un fortissimo sbilanciamento dei costi a favore di ospedalizzazioni d’emergenza, trattamenti in acuzie e riabilitazione, e potrebbe arrivare a 86 miliardi di euro nel 2040. 

La combinazione di questi fattori rende indispensabile un’azione decisa verso la prevenzione dell’insorgenza dell’ictus, che intervenga tanto sui fattori di rischio quanto sulla tempestiva e corretta diagnosi di patologie correlate. 

Di tutto questo si è parlato durante il webinar “Strategie sanitarie di prevenzione dell’ictus: come ottimizzare la prevenzione per una popolazione più sana”, organizzato da Motore Sanità in collaborazione con Cattaneo Zanetto & Co, e realizzato grazie al contributo incondizionato di Bristol Myers Squibb e Pfizer. 

I dati che abbiamo visto sono sufficienti a dimostrare l’urgenza di interventi contro l’ictus. Tuttavia le cose potrebbero ulteriormente peggiorare nel prossimo futuro: «Il costante invecchiamento demografico potrebbe alimentare un incremento dell’incidenza del 30% tra il 2015 ed il 2035 per cui è importante investire sull’implementazione delle cure e la prevenzione anche per evitare che il sistema non regga», ha affermato Valeria Caso, dirigente medico presso la S.C. di Medicina Interna e Vascolare - Stroke Unit dell’Azienda Ospedaliera di Perugia e membro del direttivo della World Stroke Organization e dell’Osservatorio Ictus Italia. «Informare sull’impatto economico dell’ictus (nell’UE 45 miliardi di euro nel 2016), con un fortissimo sbilanciamento dei costi a favore di ospedalizzazioni d’emergenza, trattamenti in acuzie e riabilitazione. Il carico economico risulta inoltre particolarmente gravoso anche sui pazienti e i propri familiari: in Italia l’ictus è oggi la prima causa di disabilità, con un elevato livello di perdita di autonomia e un progressivo percorso di spesa per cure riabilitative e assistenza».

Caso ha inoltre ribadito l’importanza di intervenire sulla prevenzione primaria dei fattori di rischio e sulla tempestiva e corretta diagnosi di patologie correlate all’ictus. Un report pubblicato dall’Economist Intelligence Unit (revisionato a livello italiano proprio da Caso), ha mostrato che in questo settore le istituzioni possono incidere con un lavoro su quattro ambiti. «Innanzitutto la sensibilizzazione sui fattori di rischio dello stroke e la loro possibile gestione per informare correttamente la popolazione», dice ancora Caso. «Ad esempio, la fibrillazione atriale, a cui diversi studi riconducono circa il 25% dei casi di ictus, ancora troppo frequentemente viene diagnosticata solo all’insorgere dell’evento cardiovascolare maggiore. Poi è necessario potenziamento delle figure professionali del mondo sanitario, (istituzione dell’infermiere di famiglia, impegno per i medici di medicina generale). Ancora: occorre promuovere l’implementazione delle linee guida cliniche per la prevenzione dell’ictus, aumentando la comunicazione sulle best practices, evidenziando gli interventi chiave come la gestione della pressione sanguigna e altre azioni preventive e assicurando l’accesso alle terapie. Infine, serve sostegno per le tecnologie digitali, garantendo la disponibilità e l’accesso per operatori sanitari e pazienti, da un lato con maggiori investimenti e dall’altro con modalità di utilizzo definite».

«Da oltre 20 anni la nostra associazione A.L.I.Ce. Italia è impegnata nella lotta contro l’ictus cerebrale, patologia che, nel nostro Paese, determina un pesante carico di morbilità, mortalità e disabilità, ma che è evitabile, grazie ad una attenta prevenzione e alla conoscenza dei fattori di rischio modificabili, e curabile, grazie ad un tempestivo riconoscimento dei sintomi e al ricorso al 112 per essere trasportati nelle Unità idonee al Trattamento Neuro vascolare (Stroke Unit)», ha detto ha detto Nicoletta Reale, presidente Federazione ALICe Onlus ODV - Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale. «Le nostre campagne di informazione e sensibilizzazione sono rivolte alla popolazione perché possa effettuare scelte sempre più consapevoli in materia di salute e, con l’empowerment e il coinvolgimento dei cittadini e di tutta la comunità, siano adottati stili di vita sani, con elevato standard di qualità, di recupero e di produttività (laddove possibile), in modo che la malattia non costituisca più un ostacolo al benessere e allo sviluppo socioeconomico di chi ne è colpito e del suo nucleo familiare/caregiver. La nostra attività di awareness è focalizzata, oltre che su post-ictus e fase di riabilitazione, anche e soprattutto a trasmettere ai cittadini quelle poche e semplici indicazioni che sono fondamentali per la prevenzione dell’ictus cerebrale: modificare il proprio stile di vita, curando alcune patologie che ne possono essere causa, significa mettere in atto una prevenzione attiva alla portata di tutti, realizzando tutte le strategie necessarie per evitare questa patologia e le sue conseguenze spesso drammatiche. Sebbene la peggior prognosi delle malattie non trasmissibili (e croniche), quali l’ictus, si verifichi nelle fasce di età più elevate, l’esposizione ai fattori di rischio ha inizio fin dall’infanzia e continua per l’intera esistenza. Appare quindi evidente e più che opportuno, per ridurre il carico assistenziale, sociosanitario ed economico che ne deriva, mettere in atto, a vari livelli e in multi- cooperazione, interventi di promozione della salute, misure legislative e regolatorie, equo accesso a servizi, farmaci e dispositivi, formazione, monitoraggio, valutazione e ricerca che coinvolgano tutti gli stakeholders istituzionali, scientifici e no, appartenenti a tutti i settori, compreso il mondo del welfare».

«L’emergenza COVID-19  - ha aggiunto Reale - ci ha insegnato quanto sia importante prendersi cura delle malattie croniche e quanto queste impattino sulla prognosi dei pazienti con questa malattia. Circa tre quarti dei deceduti COVID-19 avevano 3 o più malattie croniche e tra queste molto comuni erano le malattie cardiovascolari come fibrillazione atriale (presente in circa il 25% dei deceduti), presenza di ictus pregresso (circa 10% dei deceduti) e pressione arteriosa (oltre il 60% dei deceduti). Prevenire e ottimizzare il trattamento di queste malattie è fondamentale al fine di ridurre l’impatto dell’ondata epidemica. L’epidemia ci ha insegnato che è fondamentale ripensare e semplificare l’accesso alle cure per malattie croniche. Nella fase di picco epidemico a marzo-aprile, l’accesso in ospedale a pazienti con malattie diverse dal COVID-19 è stato molto ridotto e decine di migliaia di visite ambulatoriali per malattie croniche sono state cancellate. Le soluzioni tecnologiche (per esempio la televisita) sono fondamentali per favorire un accesso a cure semplificate, soprattutto nella popolazione con maggiori difficoltà e maggior rischio per malattie croniche (ictus) come gli anziani», ha concluso la presidente ALICe Onlus.