Italiani fanalino di coda per l’accesso ai farmaci innovativi

Meridiano Sanità

Italiani fanalino di coda per l’accesso ai farmaci innovativi

A un anno dall’approvazione europea, ha accesso ai nuovi farmaci il 90% di pazienti in meno rispetto agli altri paesi europei

di redazione

Li si attende per anni. Si assiste, passo dopo passo, ai successi durante lo sviluppo. Si esulta nel momento in cui l’Agenzia europea dei medicinali dà l’ok. Ma poi, come per un paradossale effetto ottico, proprio quando dovrebbero essere a disposizione dei malati, i farmaci nuovi per gli italiani spariscono. Che si tratti di prodotti che apportano lievi miglioramenti alla salute o di medicinali in grado di cambiare la storia di una malattia cambia poco: per averli gli italiani devono aspettare.

Per i farmaci introdotti nel 2014, per esempio, in Italia il consumo registrato è stato inferiore del 91,2% rispetto alla media di Germania, Francia, Regno Unito e Spagna. Per quelli introdotti da due anni (2013) il consumo è stato inferiore dell’81,6%. Si scende al 66,7%, anche se si considerano i farmaci introdotti da tre anni (2012) e solo per quelli introdotti da 5 anni la differenza si riduce al 16,5%. 

È uno dei dati contenti nel Rapporto Meridiano Sanità, elaborato da The European House-Ambrosetti, e che forse più di tutti illustra l’ambiguità dello stato di salute del nostro servizio sanitario. Un servizio sanitario che spende poco, rischia di non essere più in grado di rispondere ai bisogni di salute della popolazione, che si trova (per il momento) a gestire una popolazione che sta meglio di altri paesi europei e che sottofinanzia la prevenzione. 

Ma procediamo con ordine, cominciando con i numeri sulla spesa, l’argomento che da almeno un ventennio è il cruccio di ogni Governo. I dati OCSE fissano la spesa sanitaria pro capite totale (pubblica e privata) in Italia a quota 2.355 euro, che corrisponde a un 13 per cento in meno rispetto al Regno Unito e a un -51 per cento rispetto alla Germania. Venticinque anni fa lo scenario era completamente diverso con l’Italia che spendeva un 25 per cento in più rispetto agli inglesi e il 25 per cento in meno rispetto ai tedeschi.

Secondo i dati di Meridiano Sanità, sono quattro le aree in cui la contrazione delle risorse si è fatta più sentire: i tassi di copertura vaccinale, il tasso di copertura degli screening, il consumo di farmaci innovativi e i posti letto per long term care. Ed è proprio in queste aree che si riscontrano maggiori difformità tra le diverse Regioni. Altra lacuna, questa, della nostra sanità che non accenna a risolversi.

Senza un’inversione di rotta queste criticità rischiano di compromettere lo stato di salute futuro della popolazione. 

Per questo, dal Rapporto emerge l’appello a «tornare ad investire in sanità», dal momento che «mantenere elevati livelli di salute e qualità della vita delle persone costituisce anche un elemento imprescindibile per lo sviluppo e la crescita economica del Paese». 

Due dovrebbero essere per gli esperti di Meridiano Sanità i cardini dell’investimento: la prevenzione e l’innovazione. La prima, oggi, è largamente sottofinanziata. Secondo l’Agenas, la spesa in prevenzione nel 2013 è stata pari a 4,9 miliardi di euro, valore pari al 4,19 per cento del fondo sanitario nazionale: ciò significa che, rispetto all’obiettivo del 5 per cento stabilito nei LEA, ha ricevuto circa 1 miliardo di risorse in meno. 

L’accesso all’innovazione sconta i paradossi visti all’inizio: ritardi causati sia da impedimenti burocratici e duplicazioni procedurali, sia da vincoli che limitano l’utilizzo dei farmaci innovativi. 

«In questo modo il nostro sistema sanitario di fatto utilizza in misura molto ridotta rispetto agli altri Paesi il frutto dell’innovazione del settore farmaceutico, che invece rappresenta un asset strategico di enorme importanza per valore prodotto in termini di outcome di salute e di capitale economico e cognitivo per il sistema Paese», sottolinea il Rapporto.