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DidascaliaImmagine: Clever Cupcakes from Montreal, Canada, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
La professione medica continua a essere percepita come una scelta di vita capace di garantire realizzazione personale, nonostante i sacrifici richiesti e le difficoltà che caratterizzano l'esercizio quotidiano della professione. È quanto emerge dal terzo Rapporto della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) e del Centro Studi Investimenti Sociali (Censis), dal titolo «Le motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione», presentato a Roma sulla base di un'indagine condotta su un campione di 530 medici.
Secondo il rapporto, il 67,7% degli intervistati ritiene che la carriera abbia imposto numerose rinunce nella vita privata. La quota sale al 72,1% tra i medici con meno di 50 anni, mentre si attesta al 68,1% nella fascia tra i 50 e i 59 anni e al 65,0% tra gli over 60.
L'indagine evidenzia anche un marcato divario di genere nella percezione delle opportunità professionali. Il 74,2% delle donne medico ritiene infatti di dover affrontare molti più ostacoli rispetto ai colleghi uomini, opinione condivisa dal 33,1% dei medici uomini. Analogamente, il 73,1% delle dottoresse ritiene che, per affermarsi nella professione, le donne debbano impegnarsi molto più degli uomini, contro il 32,3% dei colleghi maschi.
Sul piano delle priorità personali, il 62,7% degli intervistati indica al primo posto famiglia e vita privata, mentre il 27,5% mette al centro la professione e il 9,8% il tempo dedicato a interessi personali e hobby. Complessivamente, per il 72,5% dei medici la dimensione privata prevale sull'attività professionale. La priorità attribuita alla famiglia diminuisce con l'età, mentre cresce quella riservata al lavoro: considera la professione l'aspetto principale della propria vita il 16,2% dei medici under 50, il 25,2% di quelli tra i 50 e i 59 anni e il 35,4% degli ultrasessantenni.
Quanto alle motivazioni che hanno portato alla scelta della professione, il 57,0% cita la vocazione e la passione, il 49,1% il valore etico della possibilità di fare del bene agli altri e il 39,2% l'interesse per la scienza. Seguono la possibilità di instaurare relazioni significative con le persone (25,1%), l'influenza familiare (17,7%) e precedenti esperienze personali legate alla malattia (15,3%). Più marginali risultano invece le motivazioni economiche o di prestigio sociale: il 12,3% richiama la libera professione, il 10,6% la possibilità di guadagni elevati e l'8,1% il riconoscimento sociale.
Le motivazioni che oggi sostengono l'esercizio della professione risultano in parte diverse rispetto a quelle iniziali. Per il 48,5% dei medici il principale incentivo è rappresentato dai risultati ottenuti nella cura dei pazienti e dalle sfide cliniche affrontate; seguono la passione e la vocazione (35,3%), la qualità della relazione con i pazienti (33,0%), la realizzazione personale (30,4%) e la possibilità di aiutare chi soffre (27,7%). Il 55,1% degli intervistati rileva comunque una sostanziale continuità tra le motivazioni originarie e quelle attuali.
Nonostante le criticità del servizio sanitario e le insufficienti gratificazioni economiche e professionali, l'80,2% dei medici dichiara di essere soddisfatto del proprio lavoro. La professione rappresenta un percorso di realizzazione personale per l'83,0% degli intervistati e il 58,1% consiglierebbe oggi a un giovane di intraprendere gli studi di medicina.
L'indagine evidenzia inoltre una forte adesione ai principi etici della professione. Il 92,6% dei medici ritiene che curare le persone senza discriminazioni contribuisca a costruire una cultura di pace, mentre il 91,7% afferma che la tutela della salute per tutti favorisca la convivenza civile e rafforzi la democrazia. Il 94,3% ritiene necessaria una maggiore umanizzazione dell'assistenza sanitaria, con più tempo dedicato al rapporto con il paziente, e il 93,0% indica nei valori del giuramento professionale e del Codice di deontologia medica il principale riferimento della propria attività.
Sul fronte dell'intelligenza artificiale, il 56% degli intervistati dichiara di avere già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nella pratica clinica quotidiana. Il 44,9% ritiene che tali tecnologie possano contribuire soprattutto a ridurre il carico delle attività amministrative e burocratiche, mentre il 78,3% sottolinea l'importanza di una formazione specifica sugli aspetti etici e sulle modalità di utilizzo. Tra le criticità viene segnalato dal 34,9% il rischio che pazienti e familiari ritengano di poter dialogare con il medico sullo stesso piano grazie agli strumenti di intelligenza artificiale.
Il rapporto affronta anche il tema dell'organizzazione del lavoro. L'81,5% dei medici ritiene che il lavoro dipendente comporti un eccessivo carico burocratico, sottraendo tempo alla relazione con i pazienti, mentre il 54,0% vede nel rapporto di dipendenza il rischio di una riduzione dell'autonomia decisionale del medico. Secondo l'indagine, l'ipotesi di una maggiore diffusione del lavoro dipendente non incontra il favore della categoria, soprattutto tra i professionisti che operano sul territorio.
Commentando i risultati, il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli, ha dichiarato: «Questi dati fotografano la professione medica: una professione che continua a garantire diritti, prossimità e cura, spesso pagando un costo personale molto alto».
«Il dato sulle donne, che ormai costituiscono la maggioranza dei medici attivi, ci richiama a una responsabilità ulteriore: una sanità - ma anche una società - giusta deve saper riconoscere e rimuovere le diseguaglianze che attraversano il lavoro professionale. Valorizzare pienamente le colleghe significa rendere più forte, più equa, più umana, ma anche più efficace ed efficiente, tutta la sanità», ha aggiunto.
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