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DidascaliaImmagine: Australian Paralympic Committee, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
Non siamo supereroi, neanche vittime. Siamo persone e atleti. È così che vorrebbero essere raccontati gli atleti paralimpici dai media in vista dei Giochi Paralimpici Invernali Milano-Cortina 2026 che si apriranno domani secondo uno studio dell’Università di Bologna pubblicato sulla rivista Frontiers in Sports and Active Living.
I Giochi Paralimpici, ogni quattro anni, aprono una finestra di attenzione sul mondo dello sport svolto da persone con disabilità. Ma come vengono raccontati davvero gli atleti paralimpici? E come vorrebbero essere raccontati?
Una nuova ricerca basata su interviste qualitative a 17 atleti paralimpici italiani prova a ribaltare la prospettiva. Non analizza soltanto ciò che dicono i media, ma ascolta direttamente chi di quelle storie è protagonista. Il risultato è un ritratto complesso, a tratti critico, ma anche pieno di proposte su come cambiare la narrazione dello sport paralimpico.
L’attenzione: un fuoco di paglia
Molti degli atleti intervistati riconoscono che qualcosa è cambiato negli ultimi anni. La visibilità è cresciuta, soprattutto dopo le Paralimpiadi di Londra 2012, considerate da molti un punto di svolta. Eppure questa attenzione resta fragile.
Secondo gli atleti, l’interesse mediatico raggiunge il picco durante i Giochi per poi scomparire quasi del tutto nei periodi intermedi. Una dinamica che produce una sorta di ciclo mediatico quadriennale: grande entusiasmo, poi silenzio.
La conseguenza non riguarda solo il prestigio simbolico. La visibilità influenza direttamente sponsor, finanziamenti e opportunità sportive. Con meno spazio mediatico, lo sport paralimpico fatica a costruire continuità e riconoscimento pubblico.
Il confronto con gli atleti olimpici
Molti intervistati parlano apertamente di una gerarchia implicita nello sport mediatico, dove i risultati paralimpici ricevono meno attenzione e raramente occupano le prime pagine.
Due stereotipi opposti: l’eroe e la vittima
Ma la quantità di copertura non è l’unico problema. Secondo gli atleti, il modo in cui vengono raccontati è altrettanto importante.
Dalle interviste emergono due narrazioni dominanti che ricorrono con sorprendente regolarità.
La prima è quella dell’eroe che supera ogni limite. Gli atleti paralimpici vengono spesso descritti come figure straordinarie che “vincono contro la disabilità”. Una narrazione pensata per ispirare il pubblico, ma che molti di loro percepiscono come problematica.
«Non siamo supereroi, siamo persone», racconta uno degli intervistati.
Dietro l’etichetta dell’eroismo, spiegano, si nasconde spesso un paradosso: lo sport paralimpico viene celebrato proprio perché considerato eccezionale, quasi improbabile. L’idea implicita è che fare sport con una disabilità sia di per sé straordinario.
Il secondo stereotipo è l’esatto opposto: la narrazione della pietà.
In questo caso l’attenzione si concentra sulla tragedia personale, sull’incidente o sulla malattia che ha portato alla disabilità. Le storie diventano racconti emotivi di sofferenza e riscatto.
Molti atleti raccontano di interviste che iniziano sempre allo stesso modo: “Cosa è successo?”; “Come è diventato disabile?”. Domande legittime, ma che spesso finiscono per dominare l’intera narrazione, lasciando poco spazio allo sport.
Il vero desiderio: essere raccontati come atleti
Tra questi due estremi — il supereroe e la vittima — gli atleti chiedono qualcosa di molto più semplice: essere raccontati come atleti professionisti.
Allenamenti, strategie di gara, risultati, classifiche, record. Esattamente ciò che viene raccontato nello sport olimpico.
Molti sottolineano che lo sport paralimpico è altamente competitivo e richiede livelli di preparazione altissimi. Ma quando i media privilegiano il racconto emotivo della disabilità, la dimensione sportiva passa in secondo piano.
Questo, secondo alcuni intervistati, alimenta anche un pregiudizio più sottile: l’idea che lo sport paralimpico non sia “vero sport”, ma piuttosto un evento simbolico o inclusivo.
Quando gli atleti raccontano se stessi
Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa sta cambiando grazie ai social media.
Instagram, Facebook e altre piattaforme permettono agli atleti di controllare direttamente la propria narrazione. Possono mostrare allenamenti, competizioni, momenti di vita quotidiana, senza passare dal filtro dei media tradizionali.
Per molti è diventato uno strumento fondamentale per costruire visibilità e relazione con il pubblico.
Naturalmente non mancano le difficoltà: mantenere una presenza online richiede tempo, energia e una costante gestione dell’immagine pubblica. Inoltre, i social espongono anche a commenti offensivi o stereotipati.
Nonostante questo, la maggior parte degli atleti considera i social una risorsa preziosa per raccontarsi in modo più autentico.
Come vorrebbero essere raccontati
Alla fine delle interviste, agli atleti è stato chiesto di immaginare una sorta di guida per i giornalisti che vogliono raccontare lo sport paralimpico.
Le loro raccomandazioni sono sorprendentemente chiare.
La prima: studiare lo sport. Conoscere le regole, le classificazioni, il contesto competitivo.
La seconda: parlare di performance. Tempi, tattiche, allenamento, risultati.
La terza: evitare stereotipi. Niente pietismo, ma nemmeno glorificazione eccessiva.
La quarta: seguire lo sport tutto l’anno, non solo durante le Paralimpiadi.
Infine, una richiesta semplice ma fondamentale: passare più tempo con gli atleti, conoscere davvero il loro mondo, per raccontare storie più complete e meno prevedibili.
Una questione di rappresentazione
Dietro queste richieste c’è una questione più ampia: la rappresentazione della disabilità nella società. Quando i media raccontano gli atleti paralimpici solo come simboli di tragedia o di eroismo, finiscono per rafforzare una visione riduttiva della disabilità.
Gli atleti intervistati propongono invece un modello diverso: una narrazione in cui la disabilità è presente, ma non domina la storia.
In altre parole, una rappresentazione che riconosca la complessità delle loro vite: sportivi di altissimo livello, persone con ambizioni, difficoltà, successi e fallimenti — esattamente come tutti gli altri atleti.
Ed è forse questa la richiesta più radicale di tutte: non essere raccontati come eccezioni, ma come parte normale del mondo dello sport.
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