Negli Usa l’Hiv continua a essere un problema

Lo scenario

Negli Usa l’Hiv continua a essere un problema

di redazione
Gli Usa sono l’unico Stato ricco nella lista dei 10 Paesi con il maggior numero di infezioni nel mondo. Il problema è concentrato soprattutto al Sud e tra le minoranze etniche ed è alimentato dalla concomitante epidemia di oppiacei

È paradossale: gli Stati Uniti sono i principali finanziatori dei programmi di prevenzione e trattamento dell’Hiv/Aids nel mondo e i più generosi donatori per la ricerca di farmaci e vaccini, ma non riescono a tenere sotto controllo l’infezione in casa loro. L’epidemia di Hiv è ancora un problema irrisolto per gli Usa dove, soprattutto negli Stati del Sud e nelle aree rurali, si continua a registrare un numero elevato di nuove infezioni. 

Tanto che gli Stati Uniti sono l’unica nazione ricca presente nella lista dei dieci Paesi maggiormente colpiti dall’Hiv nel mondo. 

La preoccupante situazione americana viene descritta in tutta la sua gravità da una serie di articoli ospitati nell’ultimo numero di The Lancet che collegano il problema dell’Hiv a un difetto cronico della società americana: la disparità economica, etnica e di genere che impedisce un accesso equo e universale ai servizi sanitari. Sì perché il trend di aumento delle infezioni si osservano in alcuni gruppi specifici e non nella popolazione generale. Le infezioni complessive da Hiv negli Stati Uniti sono infatti diminuite del 16 per cento negli ultimi dieci anni, passando da 45mila del 2009 a 37mila nel 2018, ma sono invece aumentate nelle comunità afro-americane e ispaniche. E questa disparità nel rischio di infezione è ancora maggiore per le popolazioni che vivono nel sud e nelle aree rurali del paese. 

L’epidemia di Hiv negli Usa ha quindi una connotazione geografica e demografica ben precisa che, guarda caso, è la stessa che caratterizza Covid-19 a dimostrazione del fatto che in America ci sono gruppi di persone che hanno meno tutele sulla salute e rischiano di ammalarsi più di altri. 

In un quadro già compromesso, la pandemia ha dato il colpo di grazia sospendendo i servizi in sostegno delle persone con Hiv/Aids e allontanando così l’obiettivo dell'iniziativa Ending the HIV Epidemic (EHE), il piano governativo che si prefigge di porre fine all’epidemia di Hiv negli Usa entro il 2030 (più precisamente ridurre del 90 per cento le infezioni). 

L’Hiv è soprattutto un problema del Sud 

Il Sud degli Usa è la zona rossa dell’epidemia da Hiv. Negli Stati che ospitano il 37 per cento della popolazione totale degli Usa vive il 51 per cento delle persone con Hiv e si registra il 47 per cento delle nuove diagnosi. La maggior parte delle persone colpite dal virus vive in aree rurali lontano dai servizi sanitari specifici per il trattamento dell’infezione. 

In pochi così riescono ad accedere alla profilassi pre-esposizione (Prep): nel Sud degli Usa si conta il numero più basso di persone in trattamento con la Prep, con una sola persona ogni nuova diagnosi di Hiv rispetto a 1,8 della media nazionale. 

Inoltre, più della metà dei 12 Stati che non hanno ancora ampliato il programma Medicaid (che offre servizi sanitari gratuiti per categorie sociali disagiate), limitando l'accesso all'assistenza sanitaria generale e  ai servizi di trattamento dell'Hiv, si trovano nel sud (Texas, Tennessee, Mississippi, Alabama, Florida, Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord).

«Quella che era iniziata come un'epidemia concentrata nelle grandi città costiere si è trasformata, diventando sempre più meridionale e sempre più rurale. Man mano che la geografia cambia, cambiano anche altri dati demografici, il che spiega l'aumento delle infezioni tra le minoranze etniche e sessuali. È estremamente importante capire dove è in aumento l'epidemia e perché, in modo da poter raggiungere queste popolazioni con servizi essenziali per l'Hiv per aiutarle a mantenerle in salute e a garantire la soppressione virale impedendogli di trasmettere l'Hiv ad altri», ha dichiarato Patrick Sullivan, professore di epidemiologia presso la Rollins School of Public Health della Emory University, a capo dello studio. 

L’Hiv è soprattutto un problema degli afroamericani

Ma l’epidemia di Hiv negli Usa ha anche un altro tratto distintivo. Le popolazioni più esposte al rischio di infezione sono gli afro-americani: nel 2018, il 38 per cento di tutte le nuove diagnosi di HIV tra uomini che fanno sesso con uomini (men who have sex with men, Msm) si registravano nella popolazione afroamericana e il 63 per cento di quelle diagnosi si è verificato nel sud. Allo stesso modo, il 58 per cento delle nuove diagnosi di Hiv tra le donne riguardava la popolazione afroamericana e il 65 per cento di quelle diagnosi si è verificato nel sud. 

Il 41 per cento dei 700mila decessi per Aids avvenuti negli USA dall’inizio dell’epidemia riguardano persone afroamericane. 

«Sebbene gli Msm siano stati il volto dell'epidemia di Aids dagli anni Ottanta, la demografia sta chiaramente cambiando e ora è più probabile che gli uomini che fanno sesso con gli uomini che convivono con l'HIV siano afroamericani o ispanici e vivano al di fuori dei centri urbani. Per questo bisogna trovare soluzioni culturalmente appropriate per raggiungere queste popolazioni, indipendentemente da dove vivano», afferma Kenneth Mayer della  Harvard Medical School e la Harvard TC Chan School of Public Health, tra gli autori dello studio.  

Le donne transessuali di origine africana sono tra le categorie più a rischio di infezione: la percentuale di casi di Hiv è del 14 per cento rispetto all’1 per cento registrato tra le donne cisgender. Più della metà delle donne transessuali afroamericane non ha mai ricevuto una diagnosi. Si tratta quindi di una popolazione fantasma che non rientra nelle statistiche e non viene raggiunta dagli interventi terapeutici e di prevenzione. 

Hiv e oppioidi, la tempeste perfetta

L’epidemia di oppioidi ha alimentato l'epidemia di Hiv tra le persone che fanno uso di droghe per via endovenosa. Dal 2015 si è assistito a un aumento dei casi di Hiv dovuti all’uso di sostanze stupefacenti soprattutto tra persone giovani di età inferiore ai 35 anni che vivono lontano da centri urbani. Le donne sono le più esposte al rischio di infezione con una probabilità di 1,2 volte maggiore di contrarre il virus rispetto agli uomini. Nel 2017, le donne rappresentavano il 28 per cento delle nuove diagnosi di Hiv tra le persone che usavano droghe per endovena. 

«Non saremo in grado di porre fine alla co-epidemia di HIV e di oppioidi finché non avremo ridotto lo stigma associato sia all'abuso di sostanze che all'Hiv, soprattutto nelle aree rurali che sono scarsamente attrezzate per affrontare questi problemi in primo luogo», afferma Sally Hodder, del West Virginia Clinical and Translational Science Institute tra gli autori dello studio che propone di cambiare strategia nella gestione della tossicodipendenza suggerendo la depenalizzazione del consumo di sostanze, l’istituzione di luoghi puliti e sicuri per lo scambio di siringhe e altri interventi di riduzione del danno. 

È il momento di risolvere i problemi in casa propria 

Gli Stati Uniti hanno dimostrato un grande impegno nella lotta contro l'epidemia di Aids su scala globale, riconoscono gli autori dello studio, ma ora devono occuparsi con altrettanto impegno dei problemi di casa loro. Il primo passo sarebbe quello di uniformare il sistema di accesso ai servizi per il trattamento dell’Hiv. Oggi c’è infatti una eccessiva frammentazione di programmi attraverso i quali è possibile usufruire delle prestazioni sanitarie. C’è chi sfrutta il Medicaid (il 40% delle persone con Hiv), chi ha un’assicurazione privata, chi ha i requisiti per rientrare nel Medicare (over 65) e chi non ha alcuna tutela. 

Gli autori dello studio spingono per l’adozione di un approccio unificato a livello nazionale per tutte le persone con Hiv. «La natura frammentata del sistema sanitario statunitense potrebbe rendere difficile raggiungere i servizi, in particolare per i più vulnerabili», concludono i ricercatori.