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DidascaliaImmagine: Kate Williams kmw152, CC0, via Wikimedia Commons
Ha in media 38 anni, viene aggredita di notte e nel 48% dei casi l’autore è il partner. È il profilo che emerge dall’analisi di oltre 10 mila accessi in Pronto soccorso per violenza contro le donne da parte degli uomini in 16 Paesi europei. L'analisi, coordinata dall’Istituto superiore di Sanità, è pubblicata su Lancet Public Health.
I dati europei
I dati, raccolti tra il 2008 e il 2023 nell'European Injury Database, di cui l'Iss è capofila, mostrano un “orologio” preciso della violenza: il 35% degli episodi si concentra durante le ore notturne, tra le 20 e le 4 del mattino, una quota quasi doppia rispetto ad altri tipi di infortunio femminile. In quasi due casi su tre l’aggressione avviene in casa. E oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero.
«Numeri che trasformano i Pronto soccorso in una sentinella strategica per intercettare un fenomeno ancora in larga parte sommerso – osserva Marco Giustini, uno degli autori dello studio - e che delineano per la prima volta un pattern clinico distintivo della violenza di genere in Europa».
Le donne che arrivano in Pronto soccorso dopo un’aggressione, nell’80% dei casi hanno tra i 15 e i 49 anni, cioè sono in piena età riproduttiva.
Secondo lo studio i casi aumentano sensibilmente nelle ore serali e notturne, riflesso della natura prevalentemente domestica del fenomeno: quasi due terzi delle aggressioni infatti avvengono in ambiente domestico o nelle immediate vicinanze dell’abitazione.
Rispetto agli altri infortuni, la violenza di genere presenta un profilo clinico riconoscibile: contusioni ed ematomi nel 48% dei casi (quasi il doppio rispetto agli incidenti non intenzionali); traumi alla testa e al volto nel 49% dei casi (oltre tre volte più frequenti); lesioni al collo e alla gola 2,4 volte più comuni, spesso compatibili con tentativi di soffocamento; lesioni da asfissia dieci volte più frequenti, un segnale di allarme gravissimo, poiché lo strangolamento è riconosciuto come predittore di escalation letale.
Al contrario, le fratture ortopediche sono meno comuni (11% contro 26% negli altri infortuni), confermando che la violenza intenzionale colpisce aree vulnerabili e visibili del corpo, mentre gli incidenti coinvolgono più spesso gli arti.
I dati mostrano inoltre una netta asimmetria di genere tra vittime e aggressori. Oltre il 56% delle donne subisce violenza nella cerchia familiare ristretta: nel 48% dei casi l’autore è il partner, nel 7% un altro familiare, nel 2% un genitore. La violenza contro le donne è quindi prevalentemente relazionale e domestica. Diverso il quadro per gli uomini vittime di aggressione, che risultano più spesso colpiti da sconosciuti in contesti esterni alla famiglia.
Oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero, una quota superiore rispetto agli altri infortuni femminili (18,7%). Anche a parità di età e Paese, la violenza perpetrata da uomini contro donne comporta una probabilità del 22% superiore di ricovero o esiti gravi, con il picco tra i 25 e i 64 anni.
I dati italiani
I dati italiani sono in linea con quelli degli altri Paesi europei. «In Italia sono stati analizzati circa 2 mila accessi al Pronto soccorso di donne vittime di violenza maschile – spiega Anna Carannante, co-autrice dello studio - con un’età media di 40 anni. In quasi il 60% dei casi, l’aggressore era un partner o un familiare, ovvero una persona appartenente alla sfera intima della vittima. La forma di violenza più frequente è stata quella fisica, che ha rappresentato circa i tre quarti dei casi, il 72,6%, mentre nel 4% si è trattato di violenza sessuale. Particolarmente significativa – sottolinea - è la quota di lesioni al capo e al volto, riportate nel 30% dei casi. A conferma del fenomeno della violenza domestica, nell’80% degli episodi l’aggressione si è consumata tra le mura di casa».
Lo studio evidenzia però anche i limiti dell’attuale sistema di rilevazione: in oltre il 35% dei casi mancano informazioni di contesto dell’aggressione nei registri ospedalieri e i Pronto soccorso intercettano solo una parte del fenomeno, principalmente quella con lesioni fisiche evidenti. Restano in gran parte invisibili la violenza psicologica, il controllo coercitivo e gli abusi senza segni fisici.
«Proprio per questo i risultati indicano azioni concrete e urgenti – sostiene Carannante – serve innanzitutto rafforzare la formazione del personale sanitario per riconoscere anche i segnali meno evidenti, introdurre protocolli standardizzati di raccolta dati in tutta Europa, potenziare l’integrazione tra Pronto soccorso e servizi specialistici di supporto, estendere lo screening sistematico anche ai servizi territoriali e alla medicina di base».
«Il messaggio è chiaro – conclude Giustini - se raccolti e analizzati con metodo, i dati dei Pronto soccorso possono trasformare i servizi di emergenza da semplici luoghi di cura in presidi fondamentali per l’individuazione precoce e la prevenzione della violenza di genere. Rendere visibile l’invisibile non è solo una sfida scientifica. È un imperativo di salute pubblica e una responsabilità collettiva che richiede investimenti, coordinamento europeo e un impegno strutturale nel tempo».
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