La strisciante guerra all'aborto di Trump & co.

Diritti

La strisciante guerra all'aborto di Trump & co.

Il piano: tagliare i fondi ai consultori per limitare l’accesso all’interruzione della gravidanza
redazione

mydecision.jpg

Le intenzioni dei Repubblicani passate al vaglio sul Bmj. C’è di che preoccuparsi: è in pericolo la democrazia e la salute delle donne, dicono tre esperti

La guerra all’aborto l’hanno dichiarata apertamente da decenni. E non hanno nessuna intenzione di mollare. Anzi, nell’era Trump, i Repubblicani sono decisi più che mai, tanto quanto i più convinti tra i loro predecessori, a limitare il diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza.

Le intenzioni dell’amministrazione Trump sono facili da intuire per i tre professori dell’Università del Michigan che hanno consegnato al Bmj le loro preoccupazioni. 

Il piano anti-aborto del governo è già scattato con la reintroduzione, nel gennaio del 2017,  del Global Gag Rule (Ggr), il provvedimento rispolverato dalle passate legislature repubblicane che impedisce alle Ong straniere che ricevono finanziamenti federali di effettuare aborti o anche solo di discuterne la possibilità nei Paesi dove operano. Le conseguenze di questa politica sono già note: quando il Ggr è in vigore cresce il numero delle gravidanze indesiderate, degli aborti non sicuri e delle morti delle donne in gravidanza. 

Secondo gli autori dell’articolo, Trump sta pensando di introdurre qualcosa di simile, e di reaganiana memoria, all’interno dei confini nazionali. Un “domestic gag rule” che limiterebbe i finanziamenti al programma federale sulla pianificazione famigliare dedicato alle fasce più povere della popolazione. I primi centri a ritrovarsi senza la possibilità di offrire servizi alle donne sono quelli di Planned Parenthood. E non si parla solo di aborto, ma anche di contraccezione, screening per le malattie sessualmente trasmissibili, controlli per la prevenzione dei tumori femminili, informazioni sulla salute riproduttiva ecc…Servizi a cui accedono più di 4 milioni di americani ogni anno. 

«In questo modo - avvertono i tre autori dell’articolo -  le strutture sanitarie o i programmi che ottengono fondi federali per la pianificazione familiare non sarebbero in grado di fornire aborti, indirizzare le donne in luoghi che li effettuano o addirittura parlare alle donne dell'aborto come di una possibilità». Qui c’è in ballo la democrazia. 

Quanti sono gli americani a  pensarla come Trump? Secondo un sondaggio del 2017 solo il 18 per cento dei cittadini pensa che l’aborto vada proibito o limitato fortemente. La stragrande maggioranza degli interpellati difende il diritto della donna a poter accedere in modo sicuro all’interruzione della gravidanza. 

«I provvedimenti proposti - scrivono gli autori - impongono all’ intera popolazione americana le convinzioni religiose di una minoranza, contraddicendo i principi di libertà di pensiero e di religione su cui è fondata la nostra nazione. Gli Stati Uniti sono una società pluralistica. Le obiezioni personali alla contraccezione e all’aborto sono permesse. Non è accettabile imporre determinate convinzioni a una società laica. Ciò equivale alla discriminazione religiosa». 

Oltre a costituire un affronto alla costituzione, il programma dei repubblicani entra a gamba tesa nell’esclusivo e intimo rapporto tra medico e paziente. Stabilendo cosa il medico può dire e non dire alla propria paziente si compromette infatti la fiducia alla base della relazione. 

E non è un caso che ben otto associazioni mediche, tra cui l’American College of Obstetricians and Gynecologists, American Academy of Pediatrics, l’American College of Physicians, abbiano firmato una dichiarazione congiunta in opposizione alle scelte politiche anti-aborto dell’amministrazione Trump. Nel caso in cui il provvedimento entrasse in vigore, gli esperti delle associazioni si aspettano «un aumento dei tassi di gravidanze indesiderate, di complicanze della gravidanza e di patologie non diagnosticate». 

I tre autori dell’articolo sul Bmj non sono isolati ma si uniscono a un coro di critiche alle politiche di Trump già partito con l’introduzione del Global Gag Rule lo scorso gennaio.