Attenzione: alcuni antidepressivi in montagna potrebbero funzionare meno

Alta quota

Attenzione: alcuni antidepressivi in montagna potrebbero funzionare meno

Gli psichiatri dovrebbero tenerlo presente se i pazienti vivono ad alte quote o se vanno in vacanza
redazione

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Tre farmaci su quattro non hanno superato la prova della montagna. Solamente uno dei più comuni antidepressivi continua a essere efficace parecchi metri sopra il livello del mare. Lo studio dell’Università dello Utah è stato condotto sui topi

Già è difficile trovare il farmaco giusto per il paziente giusto. Non è detto, infatti, che il medicinale rivelatosi efficace in un caso lo sia anche in un altro. 

Ma la sfida per gli psichiatri non finisce qui: nel trattamento per la depressione bisogna tener conto anche dell’altitudine a cui si trova il paziente. 

La novità arriva da uno studio pubblicato su Pharmacology, Biochemistry and Behavior secondo il quale tre comuni antidepressivi potrebbero smettere di funzionare ad alta quota. 

Si tratta di paroxetina, escitalopram, fluoxetina, tutti appartenenti alla categoria degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri).

La ricerca dell’Università dello Utah è stata condotta sui topi. 

Quando gli animali si trovavano in ambienti che simulavano le condizioni di altitudini moderate o elevate, i tre antidepressivi fallivano il loro scopo e gli animali tornavano a mostrare sintomi depressivi. 

Ma non tutti gli psicofarmaci per la depressione sono sensibili alle alte quote. La sertralina (un altro antidepressivo della classe Ssri) per esempio continua a funzionare anche parecchi metri sopra il livello del mare. 

«Trovarsi ad alte quote può peggiorare i livelli di depressione e abbassare la risposta ai farmaci della categoria Ssri - ha dichiarato Shami Kenkar, psichiatra e principale autore dello studio - Dobbiamo prestare maggiore attenzione agli antidepressivi che prescriviamo a persone che vivono in montagna». 

Non è la prima volta che l’altitudine e la depressione vengono messe in relazione. Alcuni studi precedenti avevano dimostrato che le persone che vivono ad altitudini elevate sono più esposte al rischio di diventare depresse.

Non è un caso che Stati come lo Utah, l’Austria o il Perù registrino tassi di suicidio più alti di altri Paesi dove la popolazione risiede prevalentemente al livello del mare. 

L’associazione trac depressione e altezza è stata osservata anche nei topi in laboratorio:  gli animali inseriti in una camera ipobarica che simula le condizioni ambientali a 3mila metri hanno maggiori probabilità di manifestare comportamenti legati alla depressione rispetto agli animali collocati al livello del mare. 

È presto per poter trasferire i risultati dello studio dal laboratorio agli esseri umani ed è presto anche per sapere se il malfunzionamento degli antidepressivi ad alta quota sia un fenomeno duraturo o passeggero. 

Se lo scenario descritto dai ricercatori dello Utah si rivelasse vero anche per gli umani, le informazioni contenute nello studio potrebbero rivelarsi preziose anche per quei pazienti affetti da malattia respiratoria cronico ostruttiva (Copd) che in montagna fanno fatica a respirare e che sono ancora più esposti di tutti gli altri al rischio di depressione e suicidio.