Le nuove tecnologie renderanno il rapporto medico-paziente più umano

Innovazione

Le nuove tecnologie renderanno il rapporto medico-paziente più umano

Le nuove tecnologie stanno cambiando non solo la professione medica, ma anche in generale la relazione fra medico e paziente, rendendola (paradossalmente) più umana e personale

di Paolo Gangemi

La tecnologia ha cambiato e sta cambiando completamente il mondo della medicina. La maggior parte degli strumenti che vediamo quando entriamo in uno studio medico non erano neanche pensabili fino a pochi decenni (o addirittura pochi anni) fa. Di conseguenza sta cambiando anche il lavoro dei medici, che devono essere sempre aggiornati sulle novità della ricerca sia per quanto riguarda le tecniche diagnostiche sia per le cure; le loro competenze comprendono ormai l’uso di software specializzati e per molte specialità (come quelle chirurgiche) anche di strumenti sofisticati. Ma le nuove tecnologie, in particolare quelle informatiche, stanno modificando anche il rapporto dei pazienti con i medici e i servizi sanitari in generale.

L’anno scorso il supercomputer Watson della Ibm ha effettuato in pochi minuti una diagnosi di leucemia in una donna giapponese i cui sintomi avevano lasciato perplessi i medici per mesi. Per arrivare alla giusta conclusione (e salvare la vita alla donna) il computer si è basato su un database di 20 milioni di pazienti: un campione che ovviamente nessun medico umano potrà mai avere.

Secondo alcuni futurologi, casi come questo lasciano pensare che, presto o tardi, l’intelligenza artificiale soppianterà il lavoro dei medici, come sta succedendo in altri ambiti professionali. Un articolo pubblicato sul Guardian da Richard Vize, opinionista specializzato in temi sanitari, spiega però che questa visione è grossolana e approssimativa, e che le cose non starebbero andando esattamente così.

I medici non soccomberanno; piuttosto vedranno cambiare (in meglio) la loro pratica lavorativa e il loro rapporto con i pazienti. Se i computer perfezioneranno la capacità diagnostica, tanto meglio per tutti, ma dovranno essere i medici in carne e ossa a validare il responso dell’oracolo informatico. E soprattutto, per stabilire la cura più adatta al singolo paziente, servirà il giudizio di un medico che conosca la persona, la sua storia, le sue esigenze, e sappia mediarle con le necessità terapeutiche.

Un esempio avveniristico di questa proficua collaborazione è l’app Streams, sviluppata dalla società DeepMind in collaborazione con il Royal Free Hospital di Londra per il monitoraggio delle insufficienze renali acute. Grazie all’app, i medici avranno un accesso rapido ai dati dei pazienti, senza dover frugare in archivi; inoltre, in caso di sintomi preoccupanti, anche precoci, Streams invierà un’allerta al personale sanitario: così non solo permetterà a medici e infermieri di intervenire tempestivamente, ma consentirà nella loro giornata lavorativa un risparmio di tempo che potrà essere impiegato utilmente in altre attività.

Per Vize, insomma, il rapporto fra medico e paziente avrà doppiamente da guadagnarci: da un lato aumenterà la fiducia dei pazienti nei confronti delle diagnosi formulate dal medico con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; dall’altro la loro relazione, delegando sempre più alle macchine gli aspetti tecnici, potrà concentrarsi sulle necessità del paziente focalizzandosi sull’aspetto empatico, personale, comunicativo, relazionale – in una parola, umano.