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Giornata del Made in Italy
Record dell'export per l'industria farmaceutica italiana. Tra luci e ombre
Redazione
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Nel 2025 l’export farmaceutico italiano ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi. Gli occupati sono 72.200, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente (45% donne, che sono oltre il 50% nella R&S). Sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e R&S. Di questi, oltre 800 milioni sono destinati alla ricerca clinica in strutture del Servizio sanitario nazionale.

Questi i numeri ricordati a Roma in occasione della Giornata del Made in Italy del 15 aprile, all’evento Farmindustria dal titolo “Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy”.

Dati da record di un settore che traina l’economia italiana, ma che inevitabilmente fa i conti con le difficoltà dello scenario geopolitico mondiale, che cambiano il quadro competitivo e richiedono politiche per rimanere attrattivi e capaci di continuare a crescere.

«Innovazione, salute, crescita economica, export, investimenti, occupazione, competenze, produttività. Sono le priorità per il futuro – sostiene Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, l'Associazione delle imprese farmaceutiche che operano in Italia - e sono tutte nel Dna dell’industria farmaceutica nella nostra nazione, un settore di punta del Made in Italy e strategico per salute, crescita e sicurezza nazionale».

Tuttavia lo scenario globale «appare sempre più incerto e complesso» osserva Cattani. Da un lato le politiche statunitensi per attrarre investimenti, tra cui l’ordine esecutivo Most Favored Nation che lega i prezzi dei farmaci USA ai più bassi tra i Paesi avanzati, stanno ridisegnando gli equilibri globali dell’innovazione. Accordi recenti prevedono 400 miliardi di dollari di nuovi investimenti negli Stati Uniti, con possibili perdite per l’Europa. Dall'altro lato la guerra in Iran aumenta costi energetici, logistici e produttivi, mettendo a rischio la sostenibilità del settore farmaceutico.

C’è poi il problema della dipendenza da Cina e India per i principi attivi più comuni (74%) e di altre materie prime, packaging e imballaggi; infine, l’enorme balzo in avanti della Cina nell’innovazione farmaceutica. Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in quel Paese.

Per Cattani «si tratta di fenomeni destinati a durare. Mentre USA, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente per attrarre investimenti – 2 mila miliardi di dollari nel mondo in R&S nei prossimi cinque anni - competenze, tecnologia, l’Europa continua a perdere terreno». I dati indicano che tra il 2013 e il 2023 l’Europa ha perso il 10% degli studi clinici, con circa 60 mila opportunità in meno per i pazienti.

Per questo Farmindustria ha proposto un Manifesto per rafforzare la ricerca preclinica e clinica in Italia, ritenuta essenziale anche per migliorare cure e sostenibilità del Servizio sanitario. Tra le richieste un cambio di rotta rapido, nuove misure per la competitività, il superamento del payback e strumenti per accelerare accesso alle terapie e investimenti nel settore.

«Puntare sull’innovazione non è mai stato opzionale - avverte in conclusione il presidente di Farmindustria - e tanto meno lo è adesso».

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