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DidascaliaImmagine: ezeileagu chibisi chidubem, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Nuove prospettive terapeutiche per le donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o ricorrente. L’anticorpo monoclonale dostarlimab ha ottenuto l’approvazione per l’utilizzo in prima linea in associazione alla chemioterapia, indipendentemente dal profilo molecolare del tumore. L’estensione dell’indicazione riguarda dunque anche le pazienti senza deficit del sistema di riparazione degli errori di appaiamento del Dna, ampliando la platea rispetto al via libera dello scorso anno.
Nel 2025 l’Agenzia Italiana del Farmaco aveva autorizzato l’impiego di dostarlimab in combinazione con carboplatino e paclitaxel per le pazienti con deficit del Mismatch Repair o instabilità dei microsatelliti (deficient Mismatch Repair o Microsatellite Instability High), che rappresentano circa il 20-30% dei casi diagnosticati. Con il nuovo provvedimento, l’indicazione viene estesa anche alle donne con sistema di riparazione funzionante (proficient Mismatch Repair o Microsatellite Stable), che costituiscono la quota più ampia delle diagnosi.
All’anticorpo monoclonale è stato inoltre riconosciuto il requisito di innovatività per il vantaggio terapeutico dimostrato rispetto allo standard di cura precedente, basato esclusivamente sulla chemioterapia.
Che cos’è il Mismatch Repair
Il sistema di “mismatch repair”, ovvero la riparazione degli errori di appaiamento del Dna, è un meccanismo cellulare che corregge gli errori che si verificano durante la duplicazione del materiale genetico. Quando è efficiente si parla di proficient Mismatch Repair: le cellule riescono a riparare correttamente le anomalie. Se invece il sistema è compromesso si parla di deficient Mismatch Repair: in questo caso si accumulano mutazioni, spesso associate a instabilità dei microsatelliti.
L’aumento del carico mutazionale rende i tumori con deficit più riconoscibili dal sistema immunitario, che può essere stimolato attraverso farmaci immunoterapici come gli inibitori dei checkpoint. Tuttavia, i dati più recenti indicano un beneficio anche nelle pazienti senza questo deficit.
I risultati dello studio Ruby
Alla base dell’approvazione vi sono i risultati dello studio clinico internazionale Ruby, che ha valutato l’aggiunta di dostarlimab alla chemioterapia standard con carboplatino e paclitaxel nel trattamento di prima linea del carcinoma endometriale primario avanzato o ricorrente.
Nella popolazione con proficient Mismatch Repair o Microsatellite Stable, la riduzione del rischio di progressione della malattia o di morte a 24 mesi è stata del 28,4% rispetto al 18,8% osservato nel braccio placebo. La riduzione del solo rischio di morte è risultata pari al 21%, con un incremento della sopravvivenza globale mediana di sette mesi.
Complessivamente, lo studio ha coinvolto 494 pazienti: 118 con deficit del sistema di riparazione e 376 con sistema funzionante.
«Era ormai acclarato – afferma Domenica Lorusso, direttore del programma di ginecologia oncologica dell’IRCCS Humanitas San Pio X – che l’immunoterapia in combinazione con la chemio avesse cambiato lo standard di cura delle pazienti deficient Mismatch Repair. Ma queste pazienti rappresentano il 20-30% della popolazione con tumore dell’endometrio. Per la stragrande maggioranza c’era un unmet need inespresso, a cui oggi risponde questa ulteriore indicazione, che celebra l’arrivo e l’efficacia dell’immunoterapia anche in una popolazione che per 20 anni ha potuto contare solo sulla chemioterapia».
Secondo la specialista, «il Ruby ha cambiato la pratica clinica e le linee guida del tumore dell’endometrio. Da quattro anni le donne con questa neoplasia e noi clinici viviamo in un mondo nuovo, un mondo che non esisteva. I 7 mesi di sopravvivenza globale anche nel setting proficient Mismatch Repair sono importanti e significativi. Prima di tutto perché rappresentano una mediana di sopravvivenza, il che vuol dire che ci sono donne che ne beneficiano per molto più tempo, in secondo luogo perché questi risultati ci dicono che prima usiamo l’immunoterapia e meglio è», aggiunge Lorusso.
Nella popolazione con deficit del sistema di riparazione, la riduzione del rischio di progressione o morte è stata del 72%. In un’analisi esploratoria pre-specificata della sola sopravvivenza globale, l’aggiunta di dostarlimab alla chemioterapia ha determinato una riduzione del 68% del rischio di morte rispetto alla sola chemioterapia. A tre anni, il 78% delle pazienti trattate con la combinazione risultava vivo, contro il 46% di quelle trattate esclusivamente con chemioterapia. «Un traguardo enorme, inimmaginabile. Significa soprattutto che le curve del Ruby ci mostrano che stiamo guarendo queste donne».
I numeri della malattia
Il tumore dell’endometrio, o del corpo dell’utero, rappresenta la quasi totalità delle neoplasie che colpiscono questa sede ed è la quarta forma tumorale più frequente nella popolazione femminile, dopo mammella, colon e polmone. In Italia si stimano circa 133 mila donne conviventi con la diagnosi e circa 9 mila nuovi casi ogni anno. Oltre il 90% riguarda donne sopra i 50 anni.
«Oggi, per molte donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivato – dichiara Ilaria Bellet, presidente di ACTO Italia – questa nuova indicazione significa una cosa semplice e potente: una possibilità in più quando la malattia fa paura e il tempo diventa prezioso. È un passo avanti concreto che può offrire maggiore controllo della malattia e più tempo di vita, con l’obiettivo di vivere quel tempo meglio. Come ACTO – aggiunge Bellet – ringraziamo l’azienda per l’impegno nella ricerca e per aver acceso i riflettori su una patologia ancora troppo poco conosciuta. Ora la priorità è trasformare l’innovazione in accesso reale: informazioni chiare alle donne, percorsi rapidi e uniformi, e una presa in carico che tenga insieme cura e qualità di vita».
Dal canto suo, l’azienda produttrice sottolinea il valore del risultato raggiunto. «Il raggiungimento di una sopravvivenza globale significativamente migliorata non è solo un traguardo scientifico: è la prova concreta che la ricerca rigorosa, la collaborazione con la comunità scientifica e l’impegno a fianco delle pazienti possono tradurre il lavoro scientifico in risultati tangibili che impattano positivamente la vita delle pazienti», afferma Elisabetta Campagnoli, direttore medico oncoematologia di GSK. «Questo successo, frutto dell’instancabile lavoro di GSK insieme a ricercatori, clinici e pazienti – continua Campagnoli – ci responsabilizza a proseguire nella ricerca, a garantire terapie efficaci e personalizzate e a rinnovare il nostro impegno per migliorare la qualità e la durata della vita delle persone colpite dalla malattia. È un risultato di cui essere orgogliosi e uno slancio deciso per fare ancora di più, oggi e nel futuro».
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