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DidascaliaImmagine: Jakub Hałun, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances propone una chiave di lettura innovativa sull’evoluzione umana: non solo clima e ambiente, ma anche le malattie — in particolare la malaria — avrebbero giocato un ruolo decisivo nel modellare la distribuzione e i movimenti dei primi gruppi di Homo sapiens.
«Prove convergenti dimostrano che la nostra specie, Homo sapiens, non ebbe un’unica culla in Africa», si legge nello stipo.studio. «Al contrario, le prime popolazioni erano frammentate in piccoli gruppi distribuiti su gran parte del continente, in uno scenario che presenta una situazione nettamente diversa rispetto alla visione tradizionale di un singolo centro di endemismo», continuano i ricercatori.
Il ruolo dimenticato delle malattie
Se è così, diventa importante capire come questi gruppi si sono distribuiti sul territorio e abbiano interagito.
Se negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sui meccanismi climatici alla base della diffusione e dell’isolamento delle popolazioni, meno attenzione è stata dedicata al ruolo delle malattie. Eppure, sottolineano gli autori, «non furono solo gli esseri umani ad adattarsi a regioni e ambienti differenti, ma anche i loro patogeni».
Da qui una serie di interrogativi: «Qual era il peso delle malattie nei primi periodi della preistoria umana? In che modo influenzarono comportamento e demografia? E come interagirono questi fattori nel plasmare le mescolanze e le dispersioni che hanno determinato l’evoluzione umana?».
Lo studio tenta di rispondere concentrandosi sulla malaria causata da Plasmodium falciparum, analizzandone l’impatto nell’Africa subsahariana tra 74 mila e 5 mila anni fa. Un periodo che coincide con grandi espansioni demografiche di popolazioni di cacciatori-raccoglitori, precedenti alla diffusione dell’agricoltura.
Una malattia antica quanto l’uomo
Oggi la malaria resta una delle principali malattie globali, con centinaia di milioni di casi ogni anno. Ma le evidenze genetiche suggeriscono che fosse già un problema significativo nella preistoria: mutazioni come quella legata all’anemia falciforme sarebbero emerse tra 25 e 22 mila anni fa proprio come risposta alla malaria.
Anche l’archeologia offre indizi indiretti: pratiche come l’uso di foglie aromatiche nei giacigli — contenenti sostanze insetticide — o l’assenza di insediamenti in zone paludose potrebbero riflettere strategie di evitamento dei vettori di malattia.
Ricostruire il passato senza prove dirette
Uno degli aspetti più innovativi della ricerca è il metodo. In assenza di prove dirette, gli scienziati hanno ricostruito la diffusione della malaria nel passato modellando la distribuzione delle zanzare vettori, in particolare del genere Anopheles.
Attraverso modelli di distribuzione delle specie e dati climatici, è stato possibile stimare le aree in cui si ritiene fosse presente la malaria. Parallelamente, i ricercatori hanno ricostruito la distribuzione degli esseri umani sulla base dei siti archeologici, ottenendo così due mappe comparabili: una del rischio di malaria e una della presenza umana.
Migrazioni guidate dalla malaria
Il confronto tra i due modelli ha rivelato un risultato chiaro: esiste una relazione negativa tra le aree ad alto rischio di malaria e quelle occupate dagli esseri umani. In altre parole, «l’espansione umana in Africa è stata fortemente influenzata dalla presenza della malaria» e le popolazioni «probabilmente evitavano le zone ad alto rischio di trasmissione».
Nel tempo, questo avrebbe creato veri e propri corridoi di movimento e, allo stesso tempo, aree di isolamento tra gruppi. Le connessioni tra diverse regioni africane sarebbero quindi variate ciclicamente, anche in funzione della diffusione della malattia.
Il punto di svolta dopo l’ultima glaciazione
Lo studio evidenzia inoltre un aumento significativo del rischio di malaria dopo l’Ultimo Massimo Glaciale, circa 13 mila anni fa, ben prima della diffusione dell’agricoltura.
Questo dato è coerente con l’ipotesi che la pressione selettiva della malaria — e quindi l’evoluzione di resistenze genetiche — sia antecedente alla rivoluzione neolitica. «I nostri risultati indicano che, a causa delle condizioni climatiche, la malaria era già un importante fattore di selezione prima della domesticazione delle colture», scrivono gli autori.
Una nuova dimensione per la storia umana
Nel complesso, la ricerca suggerisce che la malaria abbia contribuito a strutturare le popolazioni umane in Africa, creando barriere ecologiche che limitavano i contatti tra gruppi e influenzavano la diversità genetica.
Non solo: dimostra anche che è possibile studiare l’impatto delle malattie nella preistoria «senza prove dirette delle interazioni tra uomo e patogeno», utilizzando invece modelli climatici ed ecologici.
Infine, gli autori sottolineano come questo approccio possa essere applicato ad altre malattie: «I nostri metodi offrono un modo per comprendere il peso delle malattie nel passato e come esse possano aver influenzato l’organizzazione spaziale dei gruppi umani, i loro modelli di dispersione e il grado di contatto o isolamento».
Una prospettiva che amplia il quadro dell’evoluzione umana, aggiungendo un tassello finora poco considerato: quello delle epidemie come forza invisibile ma decisiva nella storia della nostra specie.
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