Nel mondo ogni anno muoiono 4,2 milioni di persone entro 30 giorni da un intervento chirurgico. E, paradossalmente, se tutte le persone con una reale necessità venissero operate il numero di decessi nel post-operatorio aumenterebbe di molto, arrivando a oltre 6 milioni.
Sì, perché soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito le sale operatorie non sono il luogo sicuro che dovrebbero essere. A denunciarlo è un'indagine condotta dalla Lancet Commission on Global Surgery pubblicata su the Lancet.
300 milioni di interventi l'anno
I ricercatori hanno calcolato che ogni anno nel mondo vengono eseguite 313 milioni di operazioni chirurgiche ma non si sa molto sulla qualità di questi interventi visto che solamente 29 Paesi forniscono dati aggiornati sul numero dei decessi successivi agli interventi.
Gli autori del rapporto hanno cercato di colmare questa lacuna raccogliendo tutte le informazioni disponibili sull’esito delle operazioni per ricavarne poi una stima del numero di persone che non sopravvivono a un intervento chirurgico. Il tasso di mortalità post-operatoria è un indicatore prezioso per valutare le performance dell’assistenza sanitaria di un Paese. «Migliorare questo parametro è una priorità globale», scrivono i ricercatori.
4 milioni di morti
Ebbene, secondo i calcoli, nel mondo ogni anno muoiono 4,2 di persone nei 30 giorni successivi all’operazione. Una cifra corrispondente al 7,7 per cento di tutti i decessi registrati globalmente, ben più alta dei decessi dovuti a Hiv, tubercolosi e malaria messe insieme che insime provocano circa 3 milioni di morti l’anno.
Si prevede, tra l’atro, che una maggiore diffusione dei servizi chirurgici per soddisfare i bisogni finora insoddisfatti aumenterebbe le morti totali fino ad arrivare a 6,1 milioni di morti all'anno, di cui 1,9 milioni di decessi sarebbero nei Paesi a basso e medio reddito.
Chirurgia salvavita
Naturalmente, ci sono molte cose che questi numeri non dicono. Per esempio, che quei 4,2 milioni di persone morti dopo un intervento chirurgico sono una briciola nel mare di vite salvate ogni anno dalla chirurgia. Oppure che il decesso non sempre è legato all'intervento chirurgico. O, ancora, che molte di quelle persone sarebbero morte anche senza l'operazione chirurgica e che quest'ultima è stata soltanto un tentativo estremo di salvare una vita.
Fatto sta che il rapporto svela quanto sia ancora lunga la strada per ottenere interventi chirurgici sicuri in tutto il mondo.
«La chirurgia è stata la sorellastra negletta della salute globale e ha ricevuto una porzione ridotta degli investimenti destinati a malattie infettive come la malaria. Nonostante non tutte le morti post-operatorie siano evitabili, molte potrebbero essere prevenute aumentando gli investimenti nella ricerca, nella formazione dell’equipe chirurgica, nella strumentazione e nelle strutture ospedaliere», ha dichiarato Dmitri Nepogodie, tra gli autori del rapporto.
Uno sforzo globale
Attualmente nel mondo circa 4,8 miliardi di persone non hanno accesso a sale operatorie sicure e ogni anno circa 143 milioni di interventi necessari non vengono eseguiti. La situazione però richiede un’attenzione particolare: aumentare semplicemente il numero delle operazioni chirurgiche potrebbe fare più male che bene. In alcune circostanze infatti potrebbe darsi che tenersi alla larga dal bisturi si riveli la scelta più sicura.
«Sebbene vi sia una impellente necessità di ampliare i servizi chirurgici alle popolazioni che ne sono sprovviste, questa maggiore diffusione deve essere accompagnata da iniziative volte a ridurre i decessi postoperatori. I finanziatori e i responsabili delle politiche sanitarie dovrebbero dare priorità alla ricerca che mira a rendere la chirurgia più sicura, in particolare nei Paesi a basso e medio reddito. Un monitoraggio di routine dei risultati chirurgici è essenziale per valutare i progressi globali nell'affrontare l’impatto delle morti postoperatorie», concludono i ricercatori.
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