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DidascaliaImmagine: Direct Media (https://stocksnap.io/author/directmedia), CC0, via Wikimedia Commons
Sono il 77% della forza lavoro, ma guadagnano in media il 19% in meno all'ora rispetto agli uomini e il 28% in meno su base mensile. È il ritratto delle donne impegnate nel settore sanitario nella Regione Europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che, oltre all’Europa, comprende anche Paesi dell’Asia centrale. Il dato arriva da un nuovo rapporto pubblicato oggi dall’Oms.
«Le donne costituiscono la maggioranza delle persone che mantengono in funzione i sistemi sanitari europei, eppure vengono pagate meno rispetto alle loro controparti maschili, un divario che si accumula nel corso di un'intera carriera lavorativa», ha dichiarato Natasha Azzopardi-Muscat, direttrice della Divisione per i sistemi sanitari dell’Oms Europa. «Questo significa pensioni più basse, minore sicurezza finanziaria in età avanzata e un più alto rischio di povertà per le donne che hanno trascorso la loro vita lavorativa prendendosi cura degli altri. Non si tratta di una coincidenza né di qualifiche. Le donne vengono pagate meno per lo stesso lavoro e vengono scavalcate per i ruoli che vengono pagati di più».
Un divario che si allarga salendo di livello
Non solo. Le differenze nei salari sono tanto più ampie quanto più si sale di livello. Alla base della scala retributiva, le donne guadagnano circa il 2% in meno rispetto agli uomini su base oraria, ma al vertice la differenza raggiunge quasi il 23%. Sulla carta, le qualifiche e l'esperienza delle lavoratrici dovrebbero portarle a guadagnare leggermente più degli uomini nei ruoli meglio retribuiti, eppure nella realtà dei fatti percepiscono una retribuzione inferiore.
Questo schema indica dinamiche diverse rispetto alle semplici differenze di età, istruzione o ore lavorate. I ruoli manageriali nella sanità e nell'assistenza impiegano più donne rispetto ai ruoli gestionali in altri settori, ma offrono retribuzioni inferiori: in media 22,00 euro all'ora, a fronte dei 24,70 euro previsti per posizioni analoghe altrove. Ed ecco allora un altro paradosso: più un ruolo all'interno del settore è dominato dalla presenza femminile, minore tende a essere la retribuzione, indipendentemente dalle competenze o dalle responsabilità richieste.
L’origine delle differenze
«La maggior parte di questo divario non è dovuta al fatto che le donne lavorano meno ore, sono più giovani o lavorano in parti diverse del settore», ha spiegato la dottoressa Natasha Azzopardi-Muscat. «Dipende da come il settore valuta il lavoro delle donne. Età, istruzione, ore di lavoro e impiego nel settore pubblico rispetto a quello privato aiutano a spiegarne solo una parte».
Correggendo i dati per questi quattro fattori, il divario retributivo orario scende dal 19% al 6%, mentre quello mensile passa dal 28% al 10%. Pur applicando questo correttivo, resta una quota ampia che non trova giustificazione in alcun parametro misurato.
L'importanza del fenomeno
Non è un caso che l’analisi si sia concentrata sul settore della salute. Il comparto della salute e dell'assistenza rappresenta il quarto datore di lavoro della regione, coprendo circa il 10% dell'occupazione totale. Inoltre, si tratta di un canale occupazionale di particolare rilevanza per la popolazione femminile. Il settore concentra quasi il 17% dell'occupazione femminile totale nella regione, rispetto ad appena il 5% di quella maschile. In Belgio, Danimarca e Norvegia, una donna occupata su quattro lavora nella sanità e nell'assistenza. In Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi e Svizzera il rapporto è di una su cinque; nella Federazione Russa è circa una su sette, mentre in Kirghizistan si attesta intorno a una su dieci. In Estonia, Lituania e Polonia, le donne costituiscono quasi il 90% della forza lavoro del settore.
Viste le dimensioni del settore, la disparità salariale assume dunque una valenza ancora più ampia se la si proietta sull’intero mercato del lavoro.
Quello delle disparità salariali tra maschi e femmine, «non è un problema complesso da risolvere, è una questione di volontà», ha concluso Natasha Azzopardi-Muscat. «Sappiamo come colmare il divario salariale: trasparenza, applicazione delle norme e rimozione delle barriere che tengono le donne lontane dai ruoli apicali. Ciascuno Stato membro di questa Regione può iniziare oggi stesso».
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