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Salari: infermieri italiani tra i più penalizzati d’Europa
Redazione
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L’Italia è tra gli ultimi Paesi dell'Unione europea per recupero del reddito reale: negli ultimi vent’anni il reddito familiare pro capite è diminuito del -4,4%, mentre la media europea è cresciuta del +22%. È l’unico grande Paese, insieme alla Grecia, a non aver recuperato i livelli pre-2008.

Negli ultimi cinque anni il lieve miglioramento statistico è dipeso dal calo della popolazione (-1,3%) e dall’aumento degli occupati, non da una reale crescita del potere d’acquisto. Tre milioni di famiglie hanno retto grazie a un secondo reddito, mentre per circa 12 milioni la situazione è peggiorata.

«Perdere reddito reale per vent’anni consecutivi – sostiene Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato Nursing Up – significa indebolire il tessuto sociale e colpire in modo diretto chi regge la sanità pubblica».

Secondo Health at a Glance Europe 2024, un infermiere italiano percepisce in media 32.600 euro lordi annui contro i 39.800 euro della media UE. In Germania si superano i 49 mila euro, nei Paesi Bassi i 47 mila, in Belgio i 72 mila, in Lussemburgo i 79 mila. Il divario supera i 7 mila-10 mila euro annui. In busta paga significa 1.450-1.750 euro netti al mese.

Secondo elaborazioni del sindacato su dati OCSE, CREA Sanità e Corte dei Conti, tra blocchi contrattuali, inflazione e mancata indicizzazione la perdita di potere d’acquisto arriva fino a 10 mila euro annui per un neoassunto e fino a 16 mila euro per un professionista con 40 anni di servizio. Tra il 2019 e il 2022 l’aumento reale è stato appena dell’1%.

Il 71% degli infermieri dichiara di ricorrere a prestiti, anche familiari, per arrivare a fine mese. «Se il 71% è indebitato – sottolinea De Palma – significa che stiamo comprimendo la colonna portante del Servizio sanitario nazionale».

Persistono inoltre forti divari territoriali: secondo l'Aran il trattamento medio annuo è di 37.204 euro in Trentino-Alto Adige contro 26.186 euro in Molise, con differenze legate alle componenti accessorie. Questo alimenta mobilità interna ed estera, aggravando le carenze nelle aree meno remunerative.

Per riallineare le retribuzioni al costo reale della vita sarebbe necessaria una rivalutazione strutturale tra il 30% e il 35%.

«Non servono bonus – conclude De Palma – ma una scelta politica stabile. Qui è in gioco la tenuta del Ssn».

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