Il policy paper
Un decalogo per rispondere alla malattia del trapianto contro l’ospite
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    Evento di presentazione del Policy paper "La GvHD cronica: dalla conoscenza alla gestione del paziente"
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    Un'immagine dall'evento di presentazione del Policy paper "La GvHD cronica: dalla conoscenza alla gestione del paziente"
Redazione
È un “rigetto al contrario” che colpisce chi ha effettuato un trapianto di midollo osseo potenzialmente salvavita per malattie come la leucemia. Ha un grave impatto sulla qualità di vita, ma se ne parla ancora poco

La diagnosi; la ricerca di un donatore di midollo compatibile, l’attesa. E poi, finalmente, il trapianto che può essere un intervento salvavita in innumerevoli patologie: dai tumori del sangue come la leucemia, alle malattie ematologiche come la talassemia, dalle immunodeficienze ad alcune malattie genetiche.

È il percorso di circa duemila italiani ogni anno. Una parte importante di loro - tra il 20 e il 50% -, tuttavia, va incontro a una condizione denominata malattia del trapianto contro l’ospite, o GvHD (Graft versus Host Disease). Si tratta di una patologia sistemica in cui  le cellule immunitarie del donatore riconoscono come estranei i tessuti del ricevente, attivando una risposta immunitaria che può danneggiarli. Ne esiste una forma acuta e una cronica. È una malattia che colpisce tutto l’organismo - dagli occhi al fegato, dai polmoni alla pelle - che può avere un impatto enorme sulla qualità e in alcuni casi sull’aspettativa di vita. Affrontarla richiede un complesso intervento multidisciplinare capace di integrare l’attenzione ai diversi aspetti che la caratterizzano senza dimenticare quelli psicologici e sociali. 

Purtroppo ciò non sempre avviene. Da questo scenario è nato il progetto G.R.A.C.E (GvHD Response and Awareness for Care and Engagement), promosso da Sanofi con istituzioni, società scientifiche e associazioni pazienti. Il gruppo di lavoro ha redato un Policy paper (Scarica) il cui  obiettivo è sensibilizzare istituzioni e stakeholder sulla malattia da trapianto contro l’ospite (GvHD) cronica, che è stato presentato a Roma. 

«Il documento nasce con l’intento di far emergere questa condizione e i problemi che vi sono legati e che interessano i pazienti e le persone che se ne prendono cura», afferma la senatrice Elisa Pirro, presidente Intergruppo parlamentare donazione e trapianto di organi, tessuti e cellule. 

Nel campo della donazione di midollo osseo - o, meglio, di cellule staminali ematopoietiche - le cose sono molto cambiate negli ultimi decenni. “Siamo partiti da numeri piccolissimi. Oggi, grazie al lavoro anche dell'associazione e di Admo, il Registro italiano conta circa 500 mila potenziali donatori eleggibili”, ricorda Laura Anna Giancane, direttrice dell’Associazione Donatori Midollo Osseo (Admo). 

È infatti da lì che parte tutto: dalla donazione, l’atto che rende possibile quell’intervento salvavita che è il trapianto. 

«In ematologia negli ultimi 30 anni sono stati fatti dei passi da gigante per curare tante patologie oncologiche e non oncologiche del sangue», spiega il presidente del Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo, Cellule (GITMO), Massimo Martino. «Nel 2024 abbiamo effettuato oltre 2000 trapianti allogenici,  quelli in cui ci serve il donatore. E più del 50% sono stati effettuati mediante l'utilizzo di un donatore da registro che quindi rappresenta la principale fonte di donazione». 

La principale patologia per cui si ricorre al trapianto di cellule staminali ematopoietiche è la leucemia acuta mieloide, che rappresenta da sola oltre il 50% dei casi. «Il trapianto allogenico continua a rappresentare un elemento essenziale per provare a guarire pazienti affetti da gravissime malattie del sangue. E molto spesso ci riusciamo», aggiunge Martino, che dirige l’Unità Operativa di Trapianto Cellule Staminali e Terapie Cellulari del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. «Ma il trapianto non è una procedura a rischio zero e in alcuni casi ha complicanze: la Graft versus Host Disease rappresenta una di queste».

«La GvHD possiamo dire in modo molto semplice che è un rigetto al contrario. È una reazione immunologica in cui i linfociti del donatore, che, tra le varie azioni, ci difendono dalle infezioni o da eventuali eventuali cellule residue della malattia, possono riconoscere gli organi del ricevente - che comunque è una persona diversa dal donatore - come nemiche e quindi attaccarlo», illustra Maria Teresa Lupo-Stanghellini, coordinatrice della Disease Unit-Trapianto Allogenico e Terapie Cellulari dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano. 

«È un problema che colpisce il paziente nella sua globalità. Oggi abbiamo strumenti per poter intervenire, ma non dobbiamo  dimenticare che la GvHD non è soltanto un problema medico, ma ci sono anche una dimensione sociale, emozionale, c'è una dimensione di tipo economico, c'è una dimensione di qualità di vita. Quindi non dobbiamo dimenticare che questa patologia richiede un approccio olistico”. 

In realtà, spesso i pazienti si scontrano con la difficoltà di ottenere una risposta a tanta complessità. 

«Questa patologia porta con sé una cronicità; una condizione permanente, che spesso è invisibile, ma che colpisce la persona nelle attività della vita quotidiana e non di rado causa tossicità finanziaria, perché alcune terapie che possono essere usate per ridurre alcuni sintomi non sono considerate terapie indispensabili e rimborsabili», illustra Felice Bombaci, coordinatore Gruppo Ail Pazienti, dell’Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma. «Conosco persone che hanno subito il trapianto e quindi sono tornate alla vita, ma questa vita è stato poi cambiata dalla GvHD, con una serie di implicazioni, oltre che sulla salute, anche economiche o lavorative perché non non hanno più forza di lavorare. Ecco perché è necessario creare consapevolezza», aggiunge l’esponente Ail. C’è bisogno di tante cose, dice Bombaci: «equità di trattamento a livello regionale, perché oggi non tutti i farmaci sono approvati in tutte le regioni; gruppi multidisciplinari, che oggi sono assenti; una migliore distribuzione dei centri di cura poiché oggi la persona deve spostarsi per raggiungere il proprio centro; ma prima ancora bisogna riconoscere la patologia». 

Questi bisogni ora trovano posto in dieci raccomandazioni contenute nel Policy paper (Scarica). Si va dalla necessità di istituire un Registro Nazionale GvHD cronica, al riconoscimento della GvHD cronica come malattia rara e invalidante; dall’istituzione di una Giornata Nazionale della GvHD cronica e della Giornata Nazionale del trapianto di cellule staminali emopoietiche, all’introduzione di un PDTA per definire standard assistenziali. E poi, la formalizzazione dei team multidisciplinari nei centri trapianto; l’adozione di strumenti per garantire l’accesso equo e tempestivo a nuove soluzioni terapeutiche; l’avvio di una campagna nazionale di informazione e sensibilizzazione; il riconoscimento della collaborazione con le associazioni di pazienti; lo sviluppo di programmi di supporto psicologico e sociale per pazienti e caregiver; la promozione della ricerca traslazionale e clinica. 

«Sanofi continua e rafforza il suo impegno in ambito trapiantologico. La nostra missione va oltre la ricerca di terapie innovative: lavoriamo quotidianamente per supportare le persone sottoposte a trapianto di cellule staminali ematopoietiche in ogni fase del loro percorso per garantire un miglioramento della loro qualità di vita», ha affermato Gilda Stivali, Medical Head Sanofi General Medicines, Italia. «Ci impegniamo nell'identificare le esigenze cliniche ancora non risolte nella gestione clinica della GvHD e collaboriamo attivamente con la comunità ematologica per far progredire le conoscenze scientifiche. Sosteniamo inoltre l'iniziativa della GVHD Alliance nel creare una rete informativa e di supporto che connetta le persone con GVHD, i caregiver e i clinici», ha concluso.

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