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DidascaliaImmagine: Yakuzakorat, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
Con l’avanzare della carriera, gli scienziati tendono a diventare meno inclini alle scoperte capaci di cambiare radicalmente un settore di ricerca. È quanto emerge da una vasta analisi pubblicata sulla rivista Science, che ha esaminato sessant’anni di pubblicazioni firmate da 12,5 milioni di ricercatori in tutto il mondo. Lo studio suggerisce che i ricercatori più esperti siano più abili nel collegare e rielaborare conoscenze già esistenti, ma meno propensi a produrre lavori “dirompenti”, in grado cioè di ridefinire interi campi del sapere.
Secondo gli autori, il fenomeno sarebbe legato a una sorta di “effetto nostalgia”: nel corso della carriera gli studiosi tendono infatti a citare sempre più frequentemente articoli pubblicati negli anni della loro formazione scientifica, rimanendo ancorati alle idee che hanno segnato i loro esordi accademici. Una dinamica che, sostengono i ricercatori, rischia di rallentare l’innovazione.
L’effetto nostalgia e il peso delle prime idee
L’analisi prende in considerazione il concetto di “scienza dirompente”, definito attraverso il modo in cui un articolo viene citato nei lavori successivi. Se uno studio viene richiamato senza che vengano citate anche le ricerche precedenti su cui si basava, significa che ha introdotto un’idea talmente nuova da rendere in parte obsolete quelle passate. È il caso, spiegano gli autori, di svolte storiche come la scoperta della struttura del DNA.
Esaminando milioni di pubblicazioni prodotte tra il 1960 e il 2020, i ricercatori hanno osservato che la probabilità di firmare uno degli articoli più innovativi diminuisce progressivamente con l’“età accademica”, cioè con il numero di anni trascorsi dalla prima pubblicazione scientifica.
Lo studio evidenzia anche un altro dato significativo: l’articolo più citato nel corso della carriera di uno scienziato è spesso stato pubblicato circa due anni prima del suo primo lavoro accademico. «Con l’avanzare dell’età si continua a restare legati a quegli anni formativi», osserva Raiyan Abdul Baten, sociologo computazionale dell’Università della Florida del Sud. «E questo finisce per penalizzare la capacità di andare avanti e produrre lavori realmente dirompenti».
Per Lingfei Wu, scienziato dell’informazione dell’Università di Pittsburgh e coautore della ricerca, non sorprende che le idee incontrate all’inizio della carriera esercitino un’influenza profonda. Più inatteso, spiega, è il fatto che questa influenza persista così a lungo.
Il ruolo degli scienziati senior
Le scelte dei ricercatori più anziani, sottolinea lo studio, hanno effetti che vanno oltre il singolo laboratorio. Analizzando oltre 190 mila gruppi di ricerca, gli autori hanno scoperto che quando il responsabile scientifico di un articolo era più giovane, il lavoro tendeva a citare studi più recenti rispetto ai casi in cui il coordinatore fosse più anziano. Una differenza che contribuisce a orientare ciò che la comunità scientifica considera rilevante.
«Gli scienziati senior determinano ciò che viene citato, ciò che viene pubblicato e ciò che viene finanziato», afferma Russell Funk, sociologo dell’Università del Minnesota interpellato da Nature, non coinvolto nella ricerca. «Attraverso la guida dei gruppi di lavoro, la revisione tra pari e il mentoring, trascinano interi settori verso la letteratura scientifica con cui sono cresciuti».
Gli autori precisano tuttavia che l’esperienza non rappresenta un limite in sé. Durante il processo di revisione dello studio — iniziato nel 2022 con la pubblicazione di una prima versione sulla piattaforma arXiv — i revisori avevano chiesto di approfondire anche gli aspetti positivi legati all’età accademica. «Siamo tornati ai dati e abbiamo scoperto che gli scienziati più anziani sono maestri nel ricombinare vecchie idee in modi che la comunità considera preziosi», spiega James Evans, sociologo computazionale dell’Università di Chicago. «Ma questo non rinnova né trasforma la comunità scientifica».
Finanziamenti e ricambio generazionale
Secondo i ricercatori, il problema riguarda anche l’organizzazione stessa del sistema scientifico. Per questo propongono di aumentare i meccanismi di finanziamento destinati agli studiosi all’inizio della carriera, così da permettere loro di guidare gruppi di ricerca in autonomia.
Evans sottolinea inoltre che i giovani ricercatori sono stati tra i più colpiti dai ritardi e dai tagli ai finanziamenti alla ricerca scientifica negli Stati Uniti a partire dal 2025. «Se i finanziamenti a questi ricercatori vengono interrotti, stiamo uccidendo questi settori», sostiene, riferendosi agli ambiti emergenti che rischiano di irrigidirsi prematuramente senza nuove generazioni di studiosi.
Lo studio invita infine a riflettere anche sulle norme relative al pensionamento nel mondo accademico. Gli autori osservano che, dopo una modifica legislativa introdotta negli Stati Uniti nel 1994 — che ha impedito alle università di imporre il pensionamento a una determinata età — gli articoli scientifici hanno iniziato a fare riferimento a pubblicazioni mediamente più vecchie.
Per Russell Funk, i risultati non mettono in discussione il valore degli studiosi senior, ma mostrano la necessità di un equilibrio tra esperienza e rinnovamento. «Le prove sono ormai molto solide nel mostrare che il sistema è strutturato in modo tale da permettere all’esperienza di soffocare quel tipo di distruzione creativa di cui anche la scienza ha bisogno».
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