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Demenze, un mix di biomarcatori identifica le persone a più alto rischio
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    Immagine: geralt, CC0, via Wikimedia Commons
Redazione
Presentati all'Iss i risultati del progetto Interceptor. In Italia oltre un milione di persone sono affette da malattie neurodegenerative, quasi 900 mila presentano deterioramento cognitivo lieve e 4 milioni di caregiver sono impegnati nell'assistenza a queste persone

La combinazione di più biomarcatori può permettere di individuare le persone a maggior rischio di sviluppare demenza tra quelle che soffrono di un disturbo cognitivo lieve, che sono quindi i candidati ideali per erogare precocemente i primi trattamenti che agiscono sui meccanismi biologici di sviluppo della malattia come quelli di recente approvati dalle Autorità per il Farmaco americane e di prossima approvazione da parte dell’agenzia europea. Lo dimostrano i primi risultati del progetto Interceptor, promosso e finanziato nel 2018 dal ministero della Salute e dall'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), presentati oggi durante un convegno organizzato dall’Osservatorio Demenze del Centro Nazionale Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute (CNaPPS) dell’Istituto Superiore di Sanità, dal Dipartimento Neuroscienze – Unità Clinica della Memoria del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dal Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele.

Fermare la demenza sul nascere, prima che i suoi devastanti effetti sul cervello prendano forma e diventino irreversibili, è l’obiettivo a cui sta lavorando da anni la ricerca farmacologica. L’obiettivo non è stato ancora raggiunto, ma negli ultimi anni, alcuni farmaci hanno mostrato di essere in grado di arrestare o far regredire alcuni processi biologici alla base della demenza. 

Per ottenere la loro massima efficacia è necessario che il trattamento venga iniziato prima di giungere alla malattia conclamata, in quella fase che viene definita disturbo cognitivo lieve. Si tratta di un disturbo caratterizzato da leggeri deficit di memoria e che può essere accompagnato da disturbi ad altre funzioni cognitive, come il linguaggio, le abilità visuo-spaziali, le funzioni esecutive, le capacità di ragionamento.

Non è però ancora demenza. E non è detto che un paziente che soffra di disturbo cognitivo lieve progredisca verso la fase avanzata della malattia: anzi, solo il 30-40% lo avviene. 

Identificare le persone con disturbo cognitivo lieve destinati alla progressione di malattia è dunque fondamentale per identificare i pazienti che possono beneficiare dei nuovi trattamenti. 

Il progetto Interceptor è nato a questo scopo.

Lo studio è nato sul finire del 2016 in risposta alla possibile approvazione da parte della Food and Drug Administration del primo farmaco contro l'amiloide, il cui accumulo nel cervello viene ad oggi considerato una delle principali cause della demenza di Alzheimer. Promotore e coordinatore è stato il Paolo Maria Rossini, all’epoca il direttore dell’Unità Operativa di Neurologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e attualmente responsabile del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele- Roma. 

La ricerca ha seguito 351 partecipanti con declino cognitivo lieve in 19 centri clinici diffusi in tutto il territorio nazionale. I pazienti sono stati sottoposti a una serie di esami per rilevare numerosi biomarcatori. Al termine dello studio i ricercatori hanno identificato otto marker utilizzabili per prevedere quali pazienti hanno maggiori probabilità di progredire verso la demenza. In particolare, il modello attraverso l’utilizzo combinato degli otto biomarker, ha mostrato una capacità dell’81% di distinguere le delle persone con disturbo cognitivo lieve che convertiranno a demenza da quelle che resteranno stabili. 

«Ulteriori risultati, vista la vastità delle informazioni raccolte, saranno certamente disponibili nei prossimi mesi e anni, inclusi quelli ottenibili attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale», spiega Rossini. «Da queste analisi sono emersi importanti rilievi scientifici ed organizzativi per la lotta alle demenze, in particolare per una diagnosi precoce ed anche per una prevenzione efficace».

«Il Progetto Interceptor rappresenta un passo avanti fondamentale verso l’individuazione di biomarcatori in grado di predire chi, affetto da disturbi cognitivi lievi, avrà in seguito maggiori possibilità di sviluppare l’Alzheimer. Consentendo così un utilizzo più mirato di terapie altamente costose, che rischierebbero altrimenti di mettere in seria crisi l’intero sistema di assistenza sanitaria», ha affermato il presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Robert Nisticò. 

Il presidente dell’Iss Rocco Bellantone ha sottolineato «il ruolo estremamente importante dell’Istituto in questo progetto di grande rilevanza per la sanità pubblica che si è concretizzato nell’elaborazione di un modello predittivo per il calcolo del rischio a 3 anni di conversione dal MCI a demenza di Alzheimer».

«Le malattie neurodegenerative rappresentano una delle maggiori sfide del nostro tempo», ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci. «In Italia oltre un milione di persone sono affette da malattie neurodegenerative, quasi 900 mila presentano deterioramento cognitivo lieve, condizione che può evolvere in demenza. Consideriamo poi i 4 milioni di caregiver impegnati nell'assistenza di tutte queste persone. Calcoliamo, quindi, che in Italia le persone coinvolte, che hanno a che fare con le demenze, sono circa sei milioni», ha concluso il ministro.

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