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DidascaliaImmagine: Mike Weber from San Diego, United States, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
Nel nostro Paese quasi la metà (il 45%) delle morti per tumore è riconducibile a fattori di rischio modificabili, sia comportamentali (cioè stili di vita scorretti) sia ambientali. In numeri assoluti sono circa 80 mila dei 180 mila morti stimati per cancro ogni anno, cioè più di 200 al giorno. Nonostante ciò, l’Italia investe ancora troppo poco in prevenzione, solo il 6,8% della spesa sanitaria totale (cioè 7,19 miliardi di euro nel 2021), una cifra inferiore alla media (7,1%) dei Paesi dell’Unione europea più il Regno Unito (EU27+UK). In particolare, l’Italia, con il 6,8%, è ottava dopo Regno Unito (12,5%), Austria (10,3%), Paesi Bassi (9,6%), Danimarca (8,9%), Estonia (8,3%), Repubblica Ceca (8,1%) e Ungheria (7,6%).
«È importante che l’Italia recuperi quanto prima questo gap negativo – sostiene Francesco Perrone, presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), nella conferenza stampa di apertura del Congresso nazionale della Società scientifica (8-10 novembre a Roma) - per continuare a garantire la qualità delle cure e la sostenibilità del servizio sanitario. L’oncologia italiana chiede più risorse alle Istituzioni anche per rispondere alla domanda di assistenza, che è in continua crescita».
Si stima infatti che in Italia ogni giorno circa mille persone ricevano una nuova diagnosi di cancro e che questo numero tenda ad aumentare dell'1% circa di anno in anno. A questo si aggiunga la sempre maggiore capacità di rendere cronica la malattia, grazie al progresso delle cure.
Tuttavia, osserva Perrone, finora gli investimenti «non sono stati proporzionati all’aumento di richiesta di cure. Domanda e offerta di assistenza oncologica vanno a velocità diverse. Serve un cambio di passo, con lo stanziamento di fondi per creare più spazi e assumere personale». Invece, in dieci anni sono stati tagliati oltre mille posti letto pubblici in Oncologia medica: erano 5.262 nel 2012, si sono ridotti a 4.159 nel 2022. «La capacità del servizio sanitario pubblico di abbattere le liste di attesa, enorme problema alla base anche di una quota di migrazione sanitaria, dipende dalla ottimizzazione dei sistemi di prenotazione e dalla disponibilità di spazi e personale» sostiene il presidente Aiom. «Oltre a posti letti e strutture più moderne – precisa - mancano medici e infermieri, con differenze troppo ampie tra le Regioni. La scarsità di specialisti è diventata una vera emergenza e sta interessando anche la nostra area medica. Cominciano, infatti, a rimanere vacanti i posti nelle scuole di specializzazione di oncologia».
Perciò, prosegue Perrone, «il rischio concreto è che aumentino le spese a carico dei pazienti oncologici, con un numero sempre maggiore di cittadini che devono affrontare non solo il cancro, ma anche la cosiddetta tossicità finanziaria, cioè le perdite economiche causate dalla malattia».
I costi del cancro in Italia si aggirano sui 20 miliardi ogni anno, almeno cinque dei quali sono sostenuti direttamente dai pazienti. Uno studio, pubblicato sull'European Journal of Health Economics, ha rilevato che i costi pagati di tasca propria dai pazienti oncologici e dai loro familiari ammontano a oltre 1.800 euro annui per paziente in Italia. Tra le voci più significative vi sono i trasporti (359,34 euro in media), gli esami diagnostici (259,82 euro) e le visite specialistiche (126,12 euro), servizi che il Servizio sanitario nazionale non riesce ad assicurare a tutti in tempi adeguati».
«In contesti organizzativi spesso complessi – interviene Massimo Di Maio, presidente eletto Aiom - va evidenziata la capacità di resilienza dell’oncologia italiana, che riesce a svolgere un eccellente lavoro sia in termini di assistenza che di ricerca, come dimostrano le collaborazioni strutturate con società scientifiche internazionali, come quella americana, l'Asco, ed europea, l'Esmo». Aiom ha svolto un ruolo di primo piano nella definizione delle Linee guida Esmo sui PRO (i Patient-reported outcomes, cioè l’insieme dei sintomi che misurano la qualità di vita dei pazienti durante un trattamento, per valutarne l’impatto). «Non sostituiscono le informazioni del medico – avverte Di Maio - ma sono molto importanti perché aggiungono dati riferiti direttamente dai pazienti, senza alcun filtro, ampliando le conoscenze sul valore della terapia». A oggi, tuttavia, «pochi ospedali adottano misure di monitoraggio sistematico dei sintomi da parte dei pazienti».
Per Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom, è però necessario agire «anche su altri strumenti che possano migliorare la qualità di vita delle persone colpite dal cancro», superando criticità come l’assistenza psiconcologica, perché ancora troppo pochi centri hanno uno psicologo dedicato all’oncologia, e l’assistenza domiciliare oncologica è disponibile soltanto nel 69% delle strutture. «Questi problemi – ritiene Cinieri - possono essere affrontati con la reale istituzione delle Reti oncologiche regionali, attive solo in alcune Regioni, che consentirà di migliorare i livelli di appropriatezza e di risparmiare risorse, da utilizzare anche per velocizzare l’accesso ai farmaci innovativi. I pazienti oncologici del nostro Paese devono aspettare ancora quasi 14 mesi per accedere ai trattamenti anticancro innovativi, rispetto, ad esempio, ai tre mesi della Germania».
Sul fronte dell’appropriatezza, sottolinea Angela Toss, coordinatrice del Working Group Aiom Giovani, l'Associazione «mette in campo molti strumenti»: dal Libro bianco dell’Oncologia italiana alle Linee guida per garantire percorsi diagnostici e terapeutici uniformi su tutto il territorio ai controlli di qualità per i test bio-molecolari alle Raccomandazioni sull’uso delle vaccinazioni nei pazienti con neoplasia solida fino al volume sui Numeri del cancro in Italia. L'Aiom, aggiunge, «ha anche intrapreso un percorso di particolare attenzione a gruppi di pazienti che, per vari motivi, affrontano difficoltà nell’accesso alle cure oncologiche. È il caso delle persone transgender, degli immigrati, dei detenuti e delle popolazioni che vivono in zone di guerra. Gli under 40 rappresentano più della metà di tutti i soci Aiom e sono particolarmente sensibili – assicura infine Toss - anche agli aspetti etici e sociali della professione».
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