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La dieta giusta può ridurre cadute, malattie e declino cognitivo nell'anziano. Quasi la metà delle morti premature legata allo stile di vita
Redazione
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L'alimentazione può fare la differenza tra un invecchiamento in salute e il declino fisico e cognitivo. Secondo recenti studi illustrati durante il Congresso nazionale della Società italiana di nutrizione clinica (Sinuc; a Napoli dal 20 al 22 ottobre), una dieta ricca di proteine e nutrienti essenziali, ma povera di calorie e zuccheri, è l'arma più efficace per contrastare la perdita di massa muscolare e densità ossea, riducendo significativamente il rischio di cadute, di patologie legate all'età e di demenza.

L'invecchiamento della popolazione occidentale è una delle maggiori sfide per la sostenibilità dei sistemi sanitari, gravati dal carico delle cronicità. 

«Attualmente – ricorda Maurizio Muscaritoli, presidente Sinuc - circa il 9% della popolazione europea ha più di 65 anni, percentuale che si prevede salirà al 25% entro il 2050. Quasi il 50% dei decessi prematuri è direttamente legato allo stile di vita, in particolare alla dieta. La sindrome metabolica che aumenta il rischio di sviluppare diabete e le sue complicanze può colpire fino al 75% della popolazione oltre i 60 anni. Ma gli anziani – sottolinea - sono anche particolarmente vulnerabili a numerose condizioni: declino sensoriale come riduzione o perdita dell'udito, problemi di vista, malattie cardiovascolari, diabete mellito, depressione, demenza, sarcopenia, broncopneumopatia.

Una scoperta di fondamentale importanza riguarda l'impatto della nutrizione sull'invecchiamento cerebrale. Gli studi dimostrano che lo sviluppo di malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, malattie neurodegenerative, deterioramento cognitivo e demenza può essere rallentato o addirittura prevenuto da regimi nutrizionali come la dieta mediterranea. Al contrario, diete malsane come quelle ricche di grassi accelerano l'invecchiamento cellulare, esacerbano lo sviluppo di malattie legate all'età e accorciano la durata della vita.

Nell'intestino alleati nel cambiare il destino di migliaia di pazienti. Si chiamano Lactobacillus plantarum, Akkermansia muciniphila, Faecalibacterium prausnitzii, Lactobacillus rhamnosus GG: sono quattro batteri che popolano in nostro intestino e potrebbero diventare potenziali alleati nel cambiare il destino di migliaia di pazienti; batteri "buoni" capaci di riparare il fegato, ridurre l'infiammazione e i danni causati dall’alcol e contrastare le malattie che causano oltre 20 mila morti l'anno in Italia. Anche di loro si è parlato al Congresso della Società italiana di nutrizione clinica a Napoli nella sessione congiunta Sinuc–Aisf. 

«Il microbioma intestinale umano, un ecosistema complesso composto da trilioni di microrganismi – spiega Muscaritoli – si conferma molto più di un semplice “inquilino” del nostro corpo. Questi microbi svolgono ruoli fondamentali nel mantenimento della salute intestinale ed epatica attraverso un sofisticato sistema di comunicazione bidirezionale noto come “asse intestino-fegato”. Si tratta di una rete di comunicazione straordinaria – precisa - in cui metaboliti derivati dai microbi intestinali influenzano direttamente la funzione epatica, mentre il fegato, a sua volta, regola la composizione del microbiota intestinale attraverso la produzione di acidi biliari».

La Sinuc sta raccogliendo nuove chiavi di lettura per comprendere e trattare patologie complesse come le steatoepatiti metabolico-associata (MASH), cirrosi epatica, carcinoma epatocellulare e malattie infiammatorie intestinali. In queste condizioni, squilibri del microbioma intestinale (disbiosi) contribuiscono al danno epatico attraverso l’aumento della permeabilità intestinale che permette a sostanze tossiche e prodotti batterici di raggiungere il fegato attraverso la circolazione portale.

«La possibilità di modulare il microbioma intestinale per influenzare positivamente la salute epatica – sottolinea infine Muscaritoli - apre scenari terapeutici completamente nuovi nell’ambito della medicina di precisione».

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