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Una trasfusione ogni 15 giorni, l’incapacità di svolgere le azioni quotidiane, i timori per il futuro. Questa la vita di Barbara fino a due anni fa.
«Non mi reggevo in piedi», racconta. «Non riuscivo nemmeno rifare il letto o cucinare, per dire. La notte avevo un continuo rimbombo in testa, come se il cuore mi battesse proprio lì: una sensazione bruttissima che mi impediva anche di riposare bene».
Le condizioni di Barbara erano dovute alla mielofibrosi, un tumore del sangue e ha tra i suoi sintomi proprio l’anemia. Certo non l’unico, ma uno dei più debilitanti.
«Arrivati agli sgoccioli del 2023 – ero da poco stata inserita in un protocollo con un farmaco innovativo - mi son detta che sarebbe stato bello smetterla con le trasfusioni. Ecco, mi è capitato questo. Speriamo che duri».
Il ‘questo’ di cui parla Barbara è un nuovo farmaco: momelotinib. Da circa un anno disponibile in Italia, sta contribuendo a cambiare la vita di molti pazienti affetti dalla patologia, come emerso da una conferenza stampa tenutasi oggi a Milano.
Una malattia difficile
La mielofibrosi è un tumore del sangue che colpisce il midollo osseo. Tra le neoplasie mieloproliferative dette Philadelfia negative (per l’assenza del cromosoma Philadelphia), è considerata quella più aggressiva. In Italia ogni anno si stimano circa 900 nuovi casi e l’incidenza maggiore si registra tra i 60 e i 70 anni.
«Parliamo di una patologia che può peggiorare più o meno lentamente nell’arco di diversi anni con modalità variabili a seconda del paziente», spiega Francesco Passamonti, direttore di Struttura Complessa Ematologia del Policlinico di Milano e Ordinario di Ematologia, Università degli Studi di Milano. « In genere la fase iniziale consiste in un danno alla struttura del midollo osseo. È detta fase precoce, o pre-fibrotica, poiché non è ancora presente la fibrosi del midollo osseo. Nella fase avanzata, invece, aumenta la fibrosi midollare con le cellule staminali che migrano dal midollo al sangue periferico e si annidano nella milza, fegato e altri organi. Solitamente, quando la malattia si manifesta, sono già presenti le alterazioni cliniche tipiche quali l’anemia, l’ingrossamento della milza e i sintomi sistemici (febbre, sudorazione notturna, calo ponderale). In alcuni casi (circa 10 su 100) la mielofibrosi può evolvere in una patologia più severa: la leucemia mieloide acuta».
Curare la mielofibrosi
A oggi, l’unica terapia risolutiva della mielofibrosi è il trapianto di midollo osseo. «Ma è riservato a una piccola percentuale di pazienti, in genere sotto i 70 anni, a causa della complessità e dei rischi ad esso associati», precisa Passamonti.
Ciò, tuttavia, non significa che non esistano trattamenti. «La terapia cardine della mielofibrosi è rappresentata dai JAK inibitori», illustra l’esperto.
È a questa famiglia che rientra il farmaco assunto da Barbara, il momelotinib. Il farmaco è un inibitore orale di JAK1/JAK2, enzimi (Janus chinasi) fondamentali per trasmettere segnali cellulari di infiammazione, immunità e per la produzione di cellule del sangue. Inibisce, inoltre,la proteina activina A di tipo 1 (ACVR1).
È stato autorizzato per il trattamento della splenomegalia (cioè l’ingrossamento della milza) o dei sintomi correlati alla malattia in pazienti adulti con anemia da moderata a severa che sono affetti da mielofibrosi primaria, mielofibrosi post policitemia vera o mielofibrosi post trombocitemia essenziale e che sono naïve agli inibitori della chinasi Janus (JAK) o già trattati con ruxolitinib.
Il problema trasfusione
La trasfusione ha un impatto enorme sulla salute e sulla qualità vita del paziente, ricorda Antonella Barone, presidente di Aipamm, l’Associazione Italiana dei Pazienti con Malattie Mieloproliferative. «Richiede organizzazione, il coinvolgimento di caregiver per essere accompagnati, la rinuncia a ore di lavoro. E poi comporta l’esposizione a un ambiente ospedaliero, che per persone immunodepresse, non è esattamente salutare». Inoltre, aggiunge Barone, «anche dal punto di vista fisico ha come conseguenza un eccessivo carico di ferro».
Il nuovo farmaco consente di ridurre questo carico. Negli studi che hanno portato all’approvazione (‘Momentum’ e ‘Simplify-1’) ha mostrato che rispetto agli altri JAK inibitori già utilizzati, momelotinib, somministrato oralmente una volta al giorno, ha un impatto favorevole sull’anemia oltre che su splenomegalia e sintomi. Riduce, inoltre, il bisogno di trasfusioni, esattamente come avvenuto nel caso di Barbara.
«Il dato interessante è che l’esperienza di Barbara è oggi anche quella di Mario, Andrea, Giuseppina e metteteci voi i nomi che volete», dice Elena Rossi, Associato di Ematologia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, responsabile del Day Hospital di Ematologia del Policlinico Gemelli, che segue la paziente dall’inizio.
«Quello che abbiamo raggiunto è una tappa importante. Circa il 40% dei pazienti con mielofibrosi presenta infatti un'anemia da moderata a grave già al momento della diagnosi, ma quasi tutti la svilupperanno nel corso della malattia».
Gli studi, inoltre, stanno definendo il migliore utilizzo del medicinale.
«I nuovi dati presentati all’ultimo congresso europeo di ematologia a Milano hanno evidenziato l'importanza di intervenire precocemente sull'anemia per massimizzare i benefici clinici», aggiunge Rossi. «In particolare, il raggiungimento di livelli di emoglobina superiori a 10 g/dL è stato associato a una maggiore sopravvivenza globale. Gli studi confermano inoltre un beneficio sulla prognosi del paziente, per quelli che raggiungono un’indipendenza dalle trasfusioni associata o meno al controllo della splenomegalia».
Un risultato che parte dall’ascolto
«La storia di Barbara rappresenta ciò per cui lavoriamo ogni giorno: riportare autonomia, dignità e qualità di vita alle persone colpite da malattie ematologiche complesse», afferma Elisabetta Campagnoli, direttore medico oncoematologia di GSK. «In GSK il nostro impegno non è solo sviluppare farmaci efficaci, ma farlo con un approccio centrato sul paziente, che tenga insieme evidenza scientifica, sicurezza e impatto concreto sulla vita quotidiana. Momelotinib è un esempio tangibile di questo approccio. Per questo – conclude Campagnoli - continueremo a investire nella ricerca e nelle collaborazioni con centri clinici e investigatori italiani per approfondire i benefici per i pazienti, ottimizzare i percorsi terapeutici e garantire accesso alle soluzioni più innovative. La nostra priorità rimane la persona: ogni miglioramento nei parametri clinici deve tradursi in un miglioramento della vita di chi convive con la malattia».
C’è ancora da fare
Nonostante i progressi nel trattamento, le sfide da affrontare sono ancora molte. Sul fronte terapeutico si punta a una maggiore personalizzazione della terapia, a regimi combinati e a strategie che consentano di arrivare in condizioni migliori al trapianto. Su quest’ultimo punto, secondo gli esperti, momelotinib può giocare un ruolo importante.
Sfide aperte, però, anche sul fronte dei diritti dei pazienti.
La mielofibrosi mette infatti i malati in una condizione paradossale. La malattia può protrarsi per moltissimi anni, anche proprio questa caratteristica, che si può affiancare a condizioni di relativa stabilità, priva i pazienti di diritti esigibili per altri cittadini. «Per noi, a differenza degli altri pazienti con tumore, non esiste l’oblio oncologico», dice Barone. «Non possiamo contrarre un mutuo o stipulare un’assicurazione. Non possiamo adottare un bambino. Tutti temi di grande rilievo, se si considera che la mielofibrosi può colpire anche persone con meno di 40 anni».
Non secondaria è anche la questione delle spese a carico dei malati. Per i pazienti con mielofibrosi esiste un’esenzione che consente di avere diritto gratuitamente a visite, esami, farmaci. Non vale, però, per tutti i malati e non copre tutte le spese sanitarie connesse, magari indirettamente, alla malattia.
Su questi aspetti, i pazienti chiedono un confronto alle istituzioni per far sì che ai progressi frutto della ricerca non vengano eclissati da un arretramento sul fronte dei diritti.
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