L'analisi
Boomer e Millennial: due modi opposti di vivere la salute e guardare al futuro
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    Immagine: Andrew Storms, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
I Millennial sanno tutto sulla prevenzione ma sono bloccati da stress e costi, mentre i Boomer, pur avendo più malattie, restano attivi e fiduciosi nel futuro

Sanno che per invecchiare bene bisogna iniziare presto, ma sono anche la generazione che incontra più ostacoli nel trasformare questa consapevolezza in abitudini costanti. L'80 per cento dei Millennial ritiene che sia necessario porre le basi per un buon invecchiamento entro i quarant’anni, contro il 55 per cento dei Boomer. Eppure, negli ultimi dodici mesi, i trenta-quarantacinquenni dichiarano di essersi occupati meno regolarmente di alimentazione, attività fisica, sonno, allenamento della mente e, soprattutto, controlli preventivi e screening.

È il quadro che emerge dalla nuova indagine realizzata da Elma Research e presentata a Milano in occasione del decimo congresso nazionale della Fondazione Onda. La ricerca ha coinvolto complessivamente mille persone, suddivise tra seicentoquaranta Boomer dai sessantacinque ai settantacinque anni e trecentosessanta Millennial dai trenta ai quarantacinque anni.

Il divario tra le generazioni: impegni, stress e risorse

Secondo l'indagine questo scarto rappresenta un chiaro paradosso che impone una doppia priorità: da un lato sostenere chi continua a prendersi cura degli altri – considerando che 7 Boomer su 10 gestiscono ancora la casa e i familiari, confermandosi una risorsa attiva per le famiglie e la comunità – e dall’altro investire oggi sui Millennial. Quest ultimi appaiono consapevoli ma maggiormente stressati, frenati da difficoltà economiche e di tempo nel mettere in pratica stili di vita sani.

«La generazione più consapevole è anche quella che incontra più difficoltà a fare spazio alla prevenzione», dichiara Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda. «Chiediamo a Istituzioni e imprese di passare dall’informazione all’attivazione, con politiche pubbliche e programmi di welfare aziendale accessibili nei costi, flessibili nei tempi e non colpevolizzanti: la continuità conta più della perfezione, ma per renderla possibile occorre ridurre le barriere che comprimono la vita quotidiana. Per raggiungere i Millennial e aiutarli a diventare gli anziani in salute di domani dobbiamo cambiare il modo in cui comunichiamo, utilizzando i loro canali e il loro linguaggio senza rinunciare all’autorevolezza scientifica. Allo stesso tempo i Boomer non sono soltanto destinatari di assistenza, ma una risorsa ancora attiva per famiglie e comunità, con una visione concreta e ottimista degli anni che hanno davanti. Una politica per la longevità deve riconoscere e sostenere anche questa risorsa sociale».

Nel dettaglio, il 65 per cento del campione tra i trenta e i quarantacinque anni lavora a tempo pieno e individua nei costi elevati, nella carenza di tempo e nello stress mentale le barriere principali. È mutato anche l’ecosistema informativo: il medico di medicina generale resta il punto di riferimento primario, ma il suo peso si riduce rispetto ai Boomer, mentre raddoppiano i canali web e social (34 per cento contro 17 per cento) e cresce il ricorso allo psicologo. A quest’ultima figura professionale, nel corso del 2024, è ricorso un italiano su tre, registrando un incremento del 62 per cento dei consulti tra il 2018 e il 2024, come evidenziato dai dati del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e dell’Istituto Piepoli.

«Boomer e Millennial ci mostrano due modi diversi di guardare alla salute, al futuro e alla longevità», commenta Massimo Massagrande, amministratore delegato di Elma Research. «I Boomer, nonostante una maggiore presenza di patologie, restano attivi e progettuali e vedono nella salute la condizione per preservare autonomia e indipendenza. I Millennial hanno una consapevolezza più precoce e ambiziosa, molto focalizzata sul benessere psico-emotivo, ma faticano a metterla in pratica perché il presente assorbe energie e risorse. Il paradosso è proprio qui: la generazione più consapevole è anche quella che fatica a immaginare un futuro e a investire oggi nella salute di domani. Per parlare efficacemente di salute e longevità è necessario quindi riconoscere che Boomer e Millennial attribuiscono significati diversi a salute, tempo e futuro. Servono quindi progettualità e narrative distintive, capaci di rivolgersi a ciascuna generazione in modo mirato, per rendere la prevenzione una possibilità concreta e accessibile e trasformare la consapevolezza in azione».

Salute mentale, cronicità e differenze di genere

Il confronto tra le generazioni ribalta inoltre le aspettative sul rapporto tra la presenza di malattie e il benessere percepito. Nonostante abbiano quasi il doppio delle malattie croniche, i Boomer manifestano livelli di soddisfazione più elevati per quanto riguarda la salute mentale, l’autonomia, la capacità di svolgere le attività desiderate e la serenità verso il futuro. Per loro il benessere coincide soprattutto con la conservazione dell’indipendenza e della progettualità. Per i Millennial, invece, assumono maggiore rilevanza la serenità emotiva, la gestione dello stress e la qualità del sonno. Per entrambe le categorie, il semplice obiettivo di vivere a lungo si ferma a una quota residuale del 16 per cento.

«Il confronto tra generazioni ci consegna un messaggio chiaro: la prevenzione non può iniziare quando la malattia è già presente. I Millennial sanno che bisogna agire presto; la maggiore diffusione delle cronicità tra i Boomer mostra quanto questa scelta possa incidere nel tempo», afferma il presidente del Comitato scientifico della Fondazione Onda ETS e co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia, Claudio Mencacci. «Trasformare la consapevolezza in comportamenti concreti significa ridurre i fattori di rischio e proteggere anche la salute mentale: nelle principali malattie croniche la prevalenza di ansia e depressione è generalmente compresa tra il 20 per cento e il 40 per cento e tende a crescere con il dolore, la disabilità e la gravità della patologia. Nel dolore cronico, una metanalisi pubblicata su JAMA Network Open nel 2025, condotta su oltre trecentoquarantasettamila persone, rileva depressione nel 39,3 per cento dei casi e ansia nel 40,2 per cento, con percentuali superiori al 50 per cento nella fibromialgia e un impatto spesso maggiore sulle donne. Nella donna con malattia cronica la salute mentale non è dunque una comorbidità accessoria, ma parte integrante della malattia e del suo esito: per questo salute fisica e psicologica devono essere tutelate insieme, dalla prevenzione alla presa in carico».

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