Secondo l’ultimo rapporto dell’Aifa sull’uso degli antibiotici in Italia, il consumo dei primi dieci antibiotici non sistemici per uso dermatologico è di oltre 278 milioni di dosi l'anno, di cui oltre 168 milioni della sola gentamicina, anche associata al cortisone, tra le creme antibiotiche più abusate anche per il fai-da-te.
A mettere in guardia sui rischi dell’uso abnorme di creme antibiotiche è un pool di dermatologi che hanno lavorato al primo documento di indirizzo sul corretto impiego degli antibiotici per ridurre la probabilità di insorgenza dell’antibiotico-resistenza in dermatologia. Al centro delle raccomandazioni degli esperti il ricorso agli antisettici al posto degli antibiotici locali, cioè sostanze in grado di contrastare i microrganismi presenti sulla superficie cutanea e di arrestarne la moltiplicazione attraverso una azione ad ampio spettro.
«Il ricorso massiccio e improprio alla terapia antibiotica locale anche per le infezioni cutanee superficiali, che interessano ogni anno milioni di italiani, è infatti, non soltanto inefficace, perché ferite e ustioni lievi sono contaminate da una molteplicità di microrganismi refrattari all’azione specifica dell’antibiotico – spiega Giuseppe Argenziano, presidente Sidemast e direttore della Clinica Dermatologica dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli - ma ha anche ridotto di un terzo la sensibilità agli antibiotici comuni più utilizzati come, ad esempio, la gentamicina».
L’aumento dell’antibiotico-resistenza topica nelle infezioni cutanee, però, è anche «il prezzo che si paga per le troppe prescrizioni delle creme antibiotiche da parte degli specialisti, anche per infezioni superficiali» sostiene Giuseppe Micali, direttore della Clinica dermatologica dell’Università di Catania, tra gli esperti del documento di indirizzo e autore di uno studio condotto su 1.500 specialisti. Dermatologi, chirurghi plastici e medici estetici sono stati invitati a rispondere a un questionario che ha raccolto dati a livello nazionale per analizzare il trattamento topico scelto per prevenire infezioni di piccole ferite chirurgiche conseguenti a laserterapia, peeling superficiali, biopsie o crioterapia. Dalle risposte raccolte è emerso che circa sette specialisti su dieci usano di routine antibiotici topici e solo il 20% prescrive trattamenti idratanti e riepitelizzanti. L’indagine ha dunque confermato, secondo Micali, «il malcostume di buona parte delle categorie prese in esame a prescrivere antibiotici topici per la medicazione delle piccole ferite chirurgiche. Tutto questo in difformità con le attuali linee guida internazionali e nazionali».
Il ricorso all’antibiotico topico deve invece «essere limitato a specifiche circostanze – precisa Maria Rita Nasca, tra i coautori del documento e dermatologa presso la Clinica Dermatologica dell’Università di Catania - come, ad esempio, l’insorgenza di segni evidenti di infezione locale o sistemica, quali stati febbrili, o in presenza di pazienti immunodepressi o con diabete».
Per l’Italia serve dunque «una maggiore sensibilizzazione – conclude Argenziano - al fine di evitare l’uso indiscriminato degli antibiotici in ambito dermatologico, che ne incoraggi un impiego limitato. Deve cambiare il nostro approccio alla pratica clinica, con un ricorso sempre più frequente a sostanze antisettiche al posto degli antibiotici. In caso contrario ci troveremo di fronte a una emergenza nella cura delle infezioni cutanee».
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