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Viviamo a lungo, ma per molto tempo viviamo da malati. Con una e più spesso più malattie croniche, vulnerabili agli incidenti e agli agenti infettivi; a rischio che gli acciacchi si trasformino velocemente in perdita di autonomia. È il ritratto dell’Italia che emerge da “Investing for Healthy Ageing”, evento promosso da MSD, che si è svolto a Roma presso Associazione Civita e che ha coinvolto istituzioni, società scientifiche, clinici, economisti e associazioni dei pazienti e della società civile.
I numeri sono quelli di una società che si sta trasformando alla velocità della luce. Gli italiani hanno un’aspettativa di vita tra le più lunghe del mondo, pari a 83,4 anni. Un’ottima notizia, se non fosse per le tendenze che vanificano questi progressi. Il 24,7% della popolazione è oggi over 65 e si prevede che superare il 34% a partire dal 2043. Frutto dell’effetto combinato dell’aumento dell’aspettativa di vita e del calo delle nascite.
Allo stesso tempo l’aspettativa di vita in buona salute si ferma a 60 anni per gli uomini e 57 per le donne. Non stupisce allora che 6,4 milioni di over-65 presentano difficoltà nella cura personale o nelle attività domestiche e 3,8 milioni hanno una riduzione dell’autonomia.
Sostenibilità a rischio
A queste condizioni la sostenibilità futura del servizio sanitario e del paese è a rischio. Soprattutto è a rischio la possibilità di godere pienamente di circa un terzo della vita.
«L’Italia è tra i Paesi più longevi al mondo, ma questo primato nasconde una realtà preoccupante: gli ultimi anni di vita sono spesso vissuti in condizioni di cattiva salute. È qui che si apre la vera sfida. Non basta vivere a lungo, bisogna vivere bene», dice Michele Conversano, presidente Happy Ageing. «Per invertire il trend servono azioni concrete e una strategia di longevità sana che parta ben prima della vecchiaia. La prevenzione deve diventare centrale nelle politiche sanitarie, con investimenti mirati, continui e strutturati. In particolare, è urgente dare priorità alla vaccinazione dell’adulto e dell’anziano, ancora troppo trascurata nell’agenda politica», aggiunge.
Prevenzione Cenerentola
Sotto questo aspetto i numeri sono impietosi. Mentre le coperture per le vaccinazioni dell’infanzia, seppur tra alti e bassi, restano tra le più alte del mondo, per l’età adulta facciamo molta fatica.
A fronte di un obiettivo minimo del 75% per la vaccinazione antinfluenzale, per esempio, i dati aggiornati ad agosto 2025 mostrano una copertura ferma al 52,5% nella popolazione anziana e del 19,6% nella popolazione generale.
Emblematico poi il caso della vaccinazioni anti-pneumococcica e anti-herpes zoster di cui non sono attualmente noti i dati nazionali per la popolazione adulta. Quelli che però arrivano da alcune Regioni mostrano però che sono molto basse.
Si tratta di un paradosso perché questi vaccini sono pensati proprio per la popolazione adulta.
Quello contro lo pneumococco, per esempio, è letteralmente cucito su misura per questa popolazione. «Le patologie causate da pneumococco rappresentano una significativa minaccia per la salute pubblica, soprattutto nella popolazione adulta e anziana, dove il rischio di complicanze gravi è elevato», spiega Giancarlo Icardi, Professore Ordinario Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Genova. «Negli ultimi anni, data l’evoluzione dei sierotipi circolanti nell’età adulta, si è reso necessario lo sviluppo di vaccini anti-pneumococcici che garantiscano la più ampia e specifica protezione verso questi sierotipi che sono oggi responsabili di malattie gravi come le polmoniti e le meningiti da pneumococco», aggiunge.
Consapevolezza e nuove regole
Serve maggiore consapevolezza da parte della popolazione ma anche maggiore attenzione da parte delle istituzioni.
A oggi, per esempio, le risorse per la prevenzione non sembrano sufficienti. Spendiamo in prevenzione il 5% del fondo sanitario nazionale a fronte di una media europea del 7%.
Negli scorsi giorni si è aperta la prospettiva di un incremento nella prossima legge di bilancio. Ma siamo ancora lontani dal target. A pesare non è solo la carenza di fondi ma anche i vincoli di bilancio.
Da qui l’idea di smettere di considerare, dal punto di vista contabile, la spesa per Immunizzazione e Screening dalla “spesa corrente”, riconoscendola come investimento strategico e prioritario, al pari della difesa, nell’ambito del nuovo quadro di governance europea.
È una modifica da portare in sede europea, che è già contenuta in alcune risoluzioni di maggioranza approvate da Camera e Senato in sede di esame del Documento di Economia e Finanza 2025. Tali risoluzioni, votate lo scorso aprile, impegnano il Governo a «valutare l’adozione di misure di sostegno per la prevenzione sanitaria, con particolare riferimento all’immunizzazione e allo screening».
«Come dichiarato dal ministro della Salute, per garantire la sostenibilità del SSN è necessario aumentare la quota del FSN dedicato alla Prevenzione ed è auspicabile che i vaccini e gli screening siano considerati dal punto di vista della finanza pubblica un investimento e non una spesa. È stato dimostrato in uno studio dell’Office of Health Economics che il Roi [Return on Investment, n.d.r.] della vaccinazione dell’adulto è fino a 19€ per ogni euro speso», afferma Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratrice Delegata, MSD Italia. «Dobbiamo tutti insieme chiedere con determinazione che, a pieno titolo, la prevenzione, a cominciare dall’immunizzazione e dagli screening, sia scorporata dal calcolo della spesa corrente per raggiungere l’obiettivo del 3%/Pil, come giustamente perseguito dal nostro Ministro dell’Economia, per raggiungere già dal 2026 il target richiesto dall’Europa. Solo così potremo contribuire a un invecchiamento in salute garantendo sostenibilità al Sistema Paese», conclude.
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