Che fine ha fatto il virus Zika?

Il punto

Che fine ha fatto il virus Zika?

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Immagine: Felipe Fittipaldi / Wellcome Photography Prize 2019, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione
Tutti ricordano i bambini microcefali dell’epidemia del 2015-2016 in America latina. Ma il pericolo di una pandemia era stato scongiurato. Tutto risolto? Secondo l’Oms no: il virus continua a circolare e a causa del cambiamento climatico potrebbero svilupparsi nuovi focolai in nuove aree del mondo

Artur e Agata hanno 6 anni. Joao ne ha 7. Le loro giornate sono scandite dalla fisioterapia, dai trattamenti di stimolazione uditiva, dalle sedute di neuropsicomotricità. Nella stessa condizione si trovano centinaia di bambini affetti da gravi disturbi neurologici causati dal virus Zika. È la percentuale dei sopravvissuti all’epidemia che colpì in modo particolare il nord-est del Brasile tra il 2015 e il 2016. All’epoca le immagini dei neonati microcefali avevano sconvolto il mondo intero. Ma, non appena scongiurato il pericolo di una pandemia, le storie legate a Zika avevano presto perso di interesse e, a parte qualche rara inchiesta giornalistica, dell’infezione e delle sue conseguenze non si è più parlato. 

A riaccendere i riflettori sulla malattia trasmessa dalla puntura di zanzare infette appartenenti al genere Aedes (Aedes Aegipty in particolare) è l’Organizzazione Mondiale della Sanità che lo scorso 30 agosto ha organizzato un webinar dall’eloquente titolo Zika virus: learning from the past, preparing for the future

Non dimentichiamoci di Zika

Prepararsi al futuro, imparando dal passato, sembra infatti necessario perché nonostante si sia assistito a una notevole riduzione dei casi di Zika nel mondo a partire dal 2017, la circolazione del virus è stata recentemente registrata in 89 Paesi. Nella maggior parte di casi i livelli di incidenza rimangano bassi, «ma negli ultimi anni sono stati osservati aumenti sporadici in alcuni Paesi», avvertono gli esperti dell’Oms che invitano pertanto a non re la guardia ma, ala contrario, ad intensificare il monitoraggio per intercettare il maggior numero di casi.

«La maggior parte delle infezioni provocate da questo virus sono asintomatiche o lievi, il che rende la loro individuazione da parte dei sistemi sanitari piuttosto difficile», ha affermato María Van Kerkhove, capo dell'Unità per le malattie emergenti e le zoonosi dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Per rafforzare il controllo sulle infezioni trasmesse dalle punture di zanzare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato la Global Arbovirus Initiative, una campagna di prevenzione delle malattie veicolate da mosche e zecche con potenziale epidemico e pandemico.

«Attraverso questa iniziativa, miriamo a sviluppare linee guida per la sorveglianza, la gestione clinica e il follow-up delle complicanze del virus Zika, nonché a rafforzare la sorveglianza ambientale e il controllo dei vettori. La comunicazione del rischio, la ricerca sulla salute pubblica e la collaborazione tra le principali parti interessate sono elementi centrali in questo sforzo», ha dichiarato Maria DeJoseph Van Kerkhove membro del programma per le emergenze sanitarie dell'Organizzazione mondiale della sanità.

L’epidemia del 2015

La prima segnalazione risale al 2 marzo 2015: il Brasile notifica all'OMS la presenza di una malattia caratterizzata da eruzioni cutanee negli Stati del nord-est. Dal febbraio 2015 al 29 aprile 2015, in questi Stati vengono segnalati quasi 7mila casi di malattia con eruzioni cutanee. Tutti i casi erano lievi, senza decessi. Zika non era ancora sospettato. Da quel momento in poi nuove infezioni vennero registrate in quasi tutti i Paesi delle Americhe a eccezione del Cile, dell’Uruguay e del Canada. La malattia è stata immediatamente associata alla sindrome di Guillain-Barré e a disturbi neurologici e microcefalia nei nati da donne infette. 

Di lì a poco il virus Zika venne riconosciuto come il responsabile dell’infezione e vennero chiarite le modalità di contagio: trasfusioni, rapporti sessuali e trapianti di organi, trasmissione da madre a figlio durante la gravidanza. 

Brasile, Colombia e Venezuela sono stati i Paesi più colpiti. 

Il 1° febbraio del 2016 l’Oms dichiarò l’epidemia di virus Zika una emergenza di salute pubblica di interesse internazionale (public health emergency of international concern). L’allarme fu poi ritirato nel novembre del 2016 quando ci si accorse che nel resto del mondo il pericolo era stato scongiurato. In poco tempo i timori di una pandemia svanirono insieme alle iniziative per lo sviluppo di un vaccino. Della quarantina di ricerche avviate al momento dell’emergenza, nessuna è stata finora portata a termine, anche se sono in corso sperimentazioni in fase 2 di alcuni vaccini a mRna.

L’interesse per l’immunizzazione era calato anche anche perché l’infezione da virus Zika, rispetto ad altre malattie virali, ha successivamente mantenuto un’incidenza molto bassa: secondo i dati dell’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS) altri tipi di arbovirus come la dengue o la chikungunya hanno causato rispettivamente oltre 3 milioni e 324.000 casi nel 2023, mentre Zika si è fermata a 27mila casi durante lo stesso periodo.

«Mantenere un livello adeguato di monitoraggio è fondamentale per prevenire future epidemie. Ciò consentirà il rilevamento tempestivo del virus Zika e, di conseguenza, l'attuazione di misure di controllo pertinenti ed efficaci», ha affermato Thais dos Santos, consulente per la sorveglianza e il controllo delle malattie arbovirali neglette presso l’Organizzazione Panamericana della Sanità. 

I rischi dovuti al cambiamento climatico

Il virus Zika viene trasmesso attraverso la puntura di una zanzara infetta del genere Aedes, principalmente Aedes aegypti, che vive nelle regioni tropicali e subtropicali. Si tratta della stessa zanzara che trasmette la dengue, la chikungunya e la febbre gialla. A causa del riscaldamento globale, questi tipi di insetti ha cominciato a diffondersi in molte aree del pianeta le cui condizioni climatiche sono ultimamente diventate favorevoli alla loro sopravvivenza, Europa compresa. La mancanza di immunità tra la popolazione e la mancanza di un vaccino renderebbero difficile fermare la diffusione del virus. 

Per questo l’Oms invita a un attento monitoraggio del virus in tutto il mondo.

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