Il “decreto bollette” approvato martedì 28 marzo dal Consiglio dei ministri contiene alcune misure per la sanità pubblica «per lo più di ordine normativo, rigorosamente senza impegni economici, che lasciano privo di soluzione e di prospettive il grande problema del destino del Servizio sanitario nazionale e dei professionisti che lavorano al suo interno».
È questo il severo giudizio delle organizzazioni sindacali della dirigenza medica, sanitaria e veterinaria del Servizio sanitario nazionale che si legge in una nota congiunta diffusa mercoledì 29 marzo. I sindacati annunciano dunque che riprenderanno la mobilitazione iniziata a settembre per organizzare entro maggio, insieme alle Associazioni dei cittadini e le componenti sociali e professionali, gli Stati generali della salute in preparazione di una manifestazione pubblica a giugno, prevedendo anche scioperi.
«L’unico messaggio positivo» che i sindacati rinvengno nel decreto è quello per i Pronto soccorso, con l’anticipo di un finanziamento già previsto dalla legge di Bilancio. «Un messaggio giusto» convengono, che però «sotto certi aspetti, rischia di essere solo cosmetico, senza alcuna considerazione per altre discipline che hanno problemi altrettanto gravi e “critici”, a iniziare dagli anestesisti per continuare con i chirurghi, fino ai professionisti della prevenzione primaria e a quelli che prendono in carico i pazienti post acuzie». Non ci sono neanche risorse extracontrattuali per il contratto di lavoro 2019-2021, i cui aumenti previsti sono anzi «un terzo del tasso inflattivo, niente fiscalità di vantaggio, concessa a privati e altri settori del pubblico impiego, neppure per attività di valore sociale come l’abbattimento delle liste di attesa».
Insomma, il decreto, pur contenendo risposte ad alcune richieste delle Organizzazioni sindacali, «fallisce l’obiettivo di sollevare un Servizio sanitario nazionale in ginocchio e arrestare la fuga di medici, dirigenti sanitari e veterinari».
L’impegno del ministro della Salute, peraltro, «non è bastato a dare una scossa a quello che ormai da decenni si configura come il vero ministero con portafogli della salute, ovvero il Mef. Di fatto si lascia invariato il quadro economico delineato dalla Nadef mirando nel 2025 a una spesa sanitaria che le stesse Regioni giudicano insostenibile, minacciando ulteriori tagli». Al contrario, la crisi della sanità pubblica richiederebbe «investimenti congrui e spendibili oggi mentre il disagio dei professionisti al suo interno, necessita di provvedimenti strutturali, e non cosmetici».
Per i sindacati «è ormai il momento di pretendere la salvaguardia di un servizio di cure pubblico e universale» perché questo «rappresenta anche “il principale presidio della unità nazionale”, come dice il Presidente Mattarella».
«La sostenibilità di un servizio sanitario – conclude la nota - è scelta politica. O si è con il Ssn o contro. Questo le organizzazioni sindacali e i cittadini chiedono al Presidente del Consiglio e ai ministri del suo Governo».
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