Terapia genica per l’Ada-Scid: positivi i risultati a lungo termine. Ma necessario garantire diagnosi precoce e accesso

Lo studio

Terapia genica per l’Ada-Scid: positivi i risultati a lungo termine. Ma necessario garantire diagnosi precoce e accesso

di redazione

La terapia genica per la rara immunodeficienza ADA-SCID si conferma una opzione terapeutica sicura ed efficace sul lungo periodo. Dopo svariati anni, anche più di 20, dalla somministrazione i i benefici superano i rischi. Lo dimostra uno studio pubblicato su Nature Medicine dai medici e ricercatori dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica di Milano, che riporta i dati di 43 pazienti trattati a partire dal 2000, 19 dei quali dopo la registrazione della terapia nell’Unione Europea nel 2016. Quella per l’ADA-SCID è infatti una delle terapie avanzate più “longeve”, tra le prime al mondo a essere approvate come farmaci a tutti gli effetti. 

«In questo lavoro descriviamo come anche dopo la commercializzazione la terapia genica per l’ADA-SCID continui a essere sicura ed efficace, come già dimostrato nella fase sperimentale iniziata nel 2000. I pazienti sono tutti vivi e nella maggior parte dei casi non hanno avuto bisogno di ulteriori terapie curative dopo la terapia genica. La loro qualità di vita è migliorata sensibilmente, hanno potuto sottoporsi regolarmente alle vaccinazioni, andare a scuola e condurre finalmente una vita in comunità», commenta Maddalena Migliavacca, immunologa pediatra e ricercatrice nell'Unità Operativa di Immunoematologia Pediatrica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.

L’ADA-SCID è una malattia genetica molto rara: l’incidenza annuale è stimata tra 1 su 375  e 1 su 660mila di nati vivi.  Nell’Unione Europea si stima che ogni anno nascano tra 6 e  11 bambini con questa patologia. 

La malattia è dovuta al difetto nel gene dell’adenosina deaminasi, un enzima essenziale per la produzione e la maturazione dei linfociti, un particolare tipo di globuli bianchi. Senza questa proteina, il sistema immunitario non si sviluppa correttamente e non riesce a combattere le infezioni più comuni, che possono risultare anche fatali. Questi bambini sono quindi costretti a vivere in un ambiente sterile e isolato, tanto che per loro è stata coniata l’espressione di “bambini bolla”.

Attualmente la terapia di prima scelta è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatore familiare compatibile, che può curare la malattia ma è disponibile in meno del 20 per cento dei casi.

Quando il trapianto non è possibile,  la terapia genica rappresenta una valida opzione terapeutica: si somministra una sola volta nell’arco della vita e consiste in un vettore di origine virale contenente una versione corretta del gene difettoso nei pazienti. Messo a contatto con le cellule staminali ematopoietiche prelevate dal paziente stesso, il vettore permette di ripristinare la produzione della proteina mancante. Reinfuse nel sangue, le cellule così corrette sono in grado di dar vita a linfociti funzionanti e di difendere così l’organismo dalle infezioni.

L’osservazione sul lungo periodo di questi pazienti ha messo in luce ancora una volta l’importanza della diagnosi precoce. «La risposta al trattamento è migliore quanto prima riusciamo a intervenire, perché si riduce l’arco di tempo in cui la malattia può danneggiare l’organismo. Ecco perché è fondamentale che si diffonda quanto più possibile lo screening neonatale, un test che consente di identificare la malattia alla nascita e di intervenire prima che abbia determinato danni irreparabili. Purtroppo, però, siamo ancora lontani da un’applicazione di questo tipo di esame sull’intera popolazione», spiega Maria Pia Cicalese, immunologa pediatra e ricercatrice dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Attualmente in Italia né l’ADA-SCID né le altre immunodeficienze combinate gravi fanno parte del pannello nazionale di screening neonatale. Alcune regioni, però, hanno attivato dei progetti pilota.

Lo studio ha messo in luce anche le disparità di accesso alla terapia: il farmaco viene somministrato soltanto in Italia, presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele, unico centro autorizzato. Per i pazienti italiani il rimborso da parte del Sistema sanitario nazionale è automatico, mentre per quelli di altri Paesi dell’Unione europea avviene soltanto previa autorizzazione da parte del sistema sanitario del Paese di provenienza.

La Fondazione Telethon offre supporto a 360 gradi alle famiglie che vengono in Italia per il trattamento con il programma di accoglienza “Come a casa”, ma non basta.

«Di fronte a terapie che possono cambiare la storia naturale di malattie gravi come questa è fondamentale garantire l’accesso a tutti i pazienti che ne abbiano bisogno, per quanto rari siano», ommenta Alessandro Aiuti, vicedirettore dell’SR-Tiget e professore ordinario di Pediatria all’Università Vita-Salute San Raffaele. 

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