- ImmagineDidascaliaImmagine: Pavel student, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Una procedura per la somministrazione di terapie genetiche in utero che ha il potenziale di correggere i difetti genetici nei feti già durante la gravidanza è stata messo a punto, con una sperimentazione sui suini, da un team coordinato dall’Università di Milano e dallIstituto Neurologico Carlo Besta, in collaborazione con il Policlinico di Milano e Avantea di Cremona, unica azienda in Italia autorizzata a questo tipo di sperimentazione nei grossi animali. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Gene Therapy del Gruppo Nature, aprono la strada a possibilità di vere e proprie cure già durante la gestazione.
La Terapia genica fetale in utero (IUFGT) è una strategia innovativa per trattare le patologie ereditarie sin dalle prime fasi dello sviluppo fetale, prevenendo danni irreversibili agli organi e migliorando le prospettive di vita. Tuttavia, fino a oggi la traduzione in clinica di questo approccio è stata limitata dalla prospettiva di interventi molto invasivi, da problemi tecnici, di sicurezza e dalla mancanza di modelli animali adeguati.
Per superare queste difficoltà, il gruppo di ricerca ha sviluppato una procedura minimamente invasiva che utilizza una tecnica già in uso nella pratica clinica, l’iniezione ecoguidata transaddominale. Applicata a suini, scelti per la loro stretta somiglianza fisiologica con l’uomo, questa procedura ha permesso di somministrare un vettore virale (AAV9) contenente un gene marcatore (GFP) direttamente al feto, attraverso la vena ombelicale o il cuore.
«Il nostro obiettivo era dimostrare che una procedura semplice, sicura ed efficace può essere adottata in un modello animale rilevante per l’uomo, per gettare le basi della terapia genica prenatale» spiega Dario Brunetti, docente del Dipartimento di Scienze cliniche e di comunità dell’Università Statale di Milano e coordinatore dello studio.
I piccoli suini nati dopo la procedura hanno mostrato un’ampia distribuzione del gene terapeutico in diversi organi, senza né effetti collaterali significativi né segni di infiammazione. Anche le madri hanno tollerato bene l’intervento, senza complicazioni.
Uno degli aspetti più significativi dello studio è la dimostrazione che il sistema immunitario fetale non sviluppa una risposta avversa al vettore virale, un fattore cruciale per l’efficacia e la ripetibilità della terapia genica. Questo modello potrà così essere utilizzato per testare nuove terapie in malattie rare e devastanti come le malattie mitocondriali e altre patologie multisistemiche che iniziano già durante la vita intrauterina.
Nicola Persico, docente del dipartimento di Scienze cliniche e di comunità dell’Università Statale di Milano, co-responsabile dello studio, sottolinea come «la nostra procedura riproduce fedelmente le tecniche ecoguidate già adottate nella pratica clinica per trasfusioni fetali e altre terapie in utero. Questo rende la sua traduzione alla specie umana molto più vicina e concreta, perché il know-how tecnico è già presente nei centri di medicina fetale. La prospettiva – prosegue - è quella di intervenire in modo mirato e sicuro sul feto, riducendo al minimo il rischio per la madre, e offrendo una possibilità terapeutica laddove oggi possiamo solo fare una diagnosi».
I risultati della sperimentazione «dimostrano che è possibile intervenire in una fase molto precoce della malattia - conclude Brunetti - che offre notevoli vantaggi rispetto alla terapia genica postnatale: il danno ai tessuti non è ancora irreversibile, il sistema immunitario ancora immaturo diventa tollerante verso il gene esogeno e la barriera emato-encefalica è ancora permeabile, permettendo ai vettori virali di arrivare all’encefalo. Si tratta di un passo importante verso lo sviluppo di terapie innovative per i neonati affetti da malattie genetiche, con la prospettiva di migliorare radicalmente la loro qualità di vita».
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