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DidascaliaImmagine: USEPA Environmental-Protection-Agency, Public domain, via Wikimedia Commons
Innocua? Dannosa? Utile per prevenire le carie dentali? Il verdetto sulla fluorazione, l’aggiunta di fluoro all’acqua potabile, sarà un verdetto in piena regola perché arriverà con una sentenza di un tribunale. Tra pochi giorni il giudice Edward Chen del distretto settentrionale della California dovrà stabilire, in sostanza, se l’acqua che contiene fluoro è sicura per la salute oppure no ponendo fine a un procedimento iniziato nel 2020, sospeso dopo poco e ora avviato nuovamente. Il tribunale si occuperà solamente del fluoro aggiunto nell’acqua potabile e non prenderà in considerazione altri prodotti che contengono la stessa sostanza come i dentifrici. La corte non terrà conto dei potenziali benefici del fluoro, ma solamente dei suoi eventuali rischi.
Dal 1946 negli Stati Uniti il fluoro viene aggiunto all’acqua potabile per proteggere i denti dei bambini e degli adulti. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention la fluorazione, capace di ridurre del 25 per cento il rischio di carie, è uno dei dieci interventi di salute pubblica più efficaci dello secolo scorso.
Nel corso del tempo però alcune associazioni di cittadini, basandosi sui risultati di indagini epidemiologiche e di studi su animali, hanno sollevato il sospetto su potenziali rischi dell’esposizione al fluoro. Tra queste c’è la Food and Water Watch, l’organizzazione non governativa che ha intentato la causa contro l’Environmental Protection Agency, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, sostenendo che l’aggiunta di fluoro all’acqua potabile debba essere vietata perché può danneggiare lo sviluppo cerebrale dei bambini. Si teme infatti che l’esposizione eccessiva al fluoro sia associata a un abbassamento del quoziente di intelligenza.
La tesi è sostenuta in parte da una valutazione non ancora pubblicata del National Toxicology Program, il programma governativo incaricato di accertare la sicurezza delle sostanze presenti nell’ambiente, secondo la quale le prove dell’associazione possono essere considerate “moderatamente affidabili”. Il giudizio è incerto: non suona come una condanna definitiva ma allo stesso tempo non è del tutto rassicurante perché non esclude il potenziale effetto neurotossico del fluoro.
Questi dubbi bastano a destare preoccupazione, anche perché, sottolineano i querelanti, la categoria più esposta al fluoro è quella dei neonati che assumono latte in polvere.
Nel rapporto depositato al tribunale, le associazioni che hanno intentato la causa sostengono che la maggior parte dei 72 studi sull’argomento hanno trovato un’associazione tra l’esposizione al fluoro e l’abbassamento del quoziente di intelligenza. La sostanza passerebbe anche attraverso la placenta compromettendo lo sviluppo neurologico del feto. Se così fosse, circa due milioni di donne incinte e 400mila bambini allattati con latte artificiale esposti al fluoro presente nell’acqua sono a rischio, hanno detto i querelanti alla corte.
Al giudice Chen spetterà stabilire in particolare se esiste una quantità di fluoro che può essere considerata sicura.
I membri dell’Epa si “difendono” affermando che non esistono prove convincenti del fatto che l’attuale dose raccomandata per l’acqua potabile, pari a 0,7 milligrammi per litro, provochi danni alla salute.
«I querelanti non hanno fornito una base scientificamente difendibile per concludere che la neurotossicità per lo sviluppo è un pericolo derivante dall'esposizione al fluoro nelle condizioni d'uso, a concentrazioni di 0,7 milligrammi al litro», ha dichiarato l’avvocato del Dipartimento di Giustizia, che rappresenta l'EPA, nelle dichiarazioni preliminari al processo.
Se il giudice Chen, insolitamente chiamato a esprimersi su questioni scientifiche, decidesse che il fluoro costituisce senza dubbio un rischio per la salute, l’Environmental Protection Agency dovrebbe necessariamente limitare in qualche modo l’uso dell’acqua potabile. «La corte potrebbe ordinare all’Epa di considerare il fluoro come una sostanza tossica e attribuirgli un’alta priorità per una nuova valutazione volta a stabilire limiti di esposizione sicuri», ha commentato a Science l’epidemiologo Lynn Goldman.
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