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DidascaliaImmagine: Adam Jones from Kelowna, BC, Canada, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
Ogni anno in Italia si registrano oltre 188 mila casi di infezioni respiratorie ogni 100 mila abitanti, un dato superiore alla media europea. Ogni cittadino si ammala quasi due volte l’anno, con un’incidenza particolarmente elevata nei bambini (323.000 casi per 100.000) e significativa negli over-50 (140.000 casi per 100.000). Nell’ultimo anno le sindromi simil-influenzali, attribuibili a una pluralità di virus respiratori e non soltanto ai virus influenzali tradizionali, hanno interessato il 27,7% della popolazione, in crescita rispetto alla stagione precedente.
La mortalità è in preoccupante aumento: tra il 2012 e il 2019 è cresciuta del 57,8%, e con la pandemia l’incremento complessivo ha superato il 560%. Nel 2022, il 9.1% delle morti in Italia era attribuibile alle infezioni respiratorie, un valore più alto rispetto a Francia, Germania e Spagna.
Anche i ricoveri evidenziano la dimensione del problema: nel 2020-2021 si sono registrati oltre 179.000 ricoveri all’anno e ancora oggi il livello rimane superiore dell’82% rispetto al 2019.
Le infezioni respiratorie sono anche tra le malattie per cui vengono prescritti più antibiotici, spesso in maniera non appropriata, contribuendo allo sviluppo di ceppi resistenti e al fenomeno dell’antimicrobico-resistenza, inserito dall’Organizzazione mondiale della sanità tra le dieci principali minacce globali alla salute pubblica.
Del quadro attuale e delle prospettive per la prossima stagione invernale si è parlato martedì 16 settembre a Roma nell’incontro “Infezioni respiratorie: impatti sull’healthy ageing e costi del Ssn”, realizzato da The European House–Ambrosetti con il contributo non condizionante di Pfizer.
«Oltre che da un punto di vista di Sanità pubblica – osserva Rossana Bubbico, Senior Consultant di The European House–Ambrosetti – le infezioni respiratorie si caratterizzano anche per un elevato burden economico. Sulla base di una analisi della letteratura medico-scientifica abbiamo stimato un costo annuale delle infezioni respiratorie diretto e indiretto per l’economia nazionale pari a circa 7,5 miliardi di euro».
Il peso delle infezioni respiratorie cresce con l’età. L’invecchiamento del sistema immunitario espone gli anziani a rischi più elevati. L’88% dei decessi influenzali in Europa riguarda questa fascia di popolazione, così come oltre il 96% dei decessi per Covid-19 in Italia. Il virus respiratorio sinciziale (RSV) causa ogni anno oltre 26.000 ricoveri e 1.800 decessi, soprattutto tra gli anziani.
Ogni anno, durante la stagione delle sindromi influenzali in Italia si registrano tra i 5 mila e i 15 mila morti in eccesso, «con gli anziani e i soggetti fragili che sono tra i più colpiti» ricorda Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all’Università Tor Vergata di Roma. «Si tratta di numeri che da soli basterebbero a confermare come le infezioni respiratorie rappresentino una vera priorità di sanità pubblica - prosegue - non limitata al solo periodo invernale, come dimostrano anche i dati sul Covid di queste settimane. In questo contesto, i vaccini si confermano uno strumento decisivo: non solo riducono il rischio di contrarre e trasmettere l’infezione – sottolinea Andreoni - ma consentono di prevenire migliaia di ricoveri e decessi, alleggerendo al tempo stesso la pressione sul sistema sanitario».
La prevenzione vaccinale è riconosciuta come l’intervento più efficace per ridurre la diffusione delle infezioni respiratorie, abbattere ricoveri e mortalità e contenere la spesa sanitaria. Nonostante ciò, i tassi di copertura vaccinale in Italia rimangono drammaticamente bassi. Per l'antinfluenzale, tra gli over 65 la copertura è scesa al 52,5%, ben lontana dal target minimo del 75% fissato dall’OMS e distante dai Paesi del Nord Europa (70-78%); per il Covid 19, nella stagione 2024-2025 la copertura tra gli over-60 è stata appena del 4,5%, contro valori che nel Nord Europa raggiungono il 50-60%; le stime per l'antipneumococcico indicano una copertura inferiore al 30%, a fronte di un obiettivo del 75%; Quanto al RSV, nonostante la disponibilità del vaccino, mancano ancora campagne nazionali strutturate per gli adulti, a eccezione di una Regione; in Scozia, l’introduzione della vaccinazione contro l’RSV nei cittadini tra i 75 e i 79 anni ha ridotto le ospedalizzazioni del 62,1% già nel primo anno.
Accanto ai dati epidemiologici, un elemento decisivo è la fiducia dei cittadini. Negli ultimi dieci anni è cresciuta la quota di popolazione che si dichiara “molta” o “abbastanza” fiduciosa nella vaccinazione (dal 22,4% al 42,9%), ma è aumentata anche, seppur in misura minore, quella di chi dichiara “poca” o “nessuna” fiducia (dal 16,6% al 18%).
Tra gli over-60 e over-65, circa un quarto non intende vaccinarsi contro le infezioni respiratorie, spesso a causa di una percezione errata del rischio. Tuttavia, una parte consistente della popolazione oggi indecisa (tra il 21% e il 43%) si dice pronta a rivedere la propria posizione se ricevesse informazioni più chiare e affidabili.
Un elemento critico è proprio la comunicazione: il 42% degli italiani lamenta confusione informativa e oltre un terzo chiede campagne istituzionali più frequenti, con linguaggio semplice e affidate a esperti. Rafforzare la fiducia non è dunque solo un tema culturale, ma anche di trasparenza, chiarezza e continuità della comunicazione sanitaria.
Il messaggio degli esperti è chiaro: di fronte a un invecchiamento rapido della popolazione (nel 2050 oltre un terzo degli italiani avrà più di 65 anni) il nostro Paese deve rafforzare la prevenzione e rilanciare le campagne vaccinali, superando le barriere organizzative e culturali che oggi frenano l’adesione.
In questo senso, tra gli interventi indicati ci sono l'istituzione di un’anagrafe vaccinale nazionale e l'aggiornamento costante del calendario vaccinale; il potenziamento della comunicazione con messaggi chiari e affidabili, capaci di contrastare fake news e disinformazione; facilitare l’accesso ai vaccini, ampliando la rete di somministrazione; introdurre sistemi di chiamata attiva e vaccinazione “opportunistica”, che sfruttino occasioni di contatto con il sistema sanitario; protocolli tra Regioni, ospedali e Rsa per istituire ambulatori vaccinali per promuovere la vaccinazione tra le persone più fragili.
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