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DidascaliaImmagine: Venter M. et al, COVID’s origins: what we do and don’t know, Nature https://www.nature.com/articles/d41586-026-00530-y
A oltre sei anni dall’inizio della pandemia, la questione dell’origine del virus responsabile del Covid-19 continua a suscitare interrogativi scientifici e tensioni politiche. Ventitré dei ventisette membri originari del Gruppo consultivo scientifico sulle origini dei nuovi patogeni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno ora sintetizzato il lavoro svolto in quasi tre anni e mezzo in un’analisi pubblicata sulla rivista Nature, con l’obiettivo di chiarire «cosa sappiamo e cosa non sappiamo» sull’emergere del coronavirus SARS-CoV-2.
Il gruppo era stato istituito nel novembre 2021 dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, con un duplice mandato: definire un quadro metodologico globale per indagare l’origine di nuovi patogeni e applicarlo al caso della pandemia iniziata alla fine del 2019. Nel giugno 2025 il gruppo ha consegnato al direttore generale un rapporto finale di 78 pagine, frutto di analisi di studi pubblicati, missioni internazionali, audizioni di esperti e revisione di documenti governativi e di intelligence resi pubblici.
Nel documento si legge che «la maggior parte delle prove scientifiche sottoposte a revisione paritaria sostiene l’ipotesi che SARS-CoV-2 abbia un’origine zoonotica», vale a dire che il virus sia passato all’uomo da un animale. Allo stesso tempo, gli autori sottolineano un limite rilevante: «finché non saranno soddisfatte le richieste di ulteriori informazioni o non diventeranno disponibili nuovi dati, non può esserci certezza su quando, dove e come SARS-CoV-2 sia entrato nella popolazione umana».
Gli scienziati precisano inoltre che le opinioni espresse nell’articolo non rappresentano necessariamente le posizioni ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità o delle istituzioni di appartenenza dei singoli membri.
Le quattro ipotesi al vaglio
Prima ancora dell’avvio formale dei lavori del gruppo consultivo, uno studio congiunto tra l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Cina aveva delineato quattro ipotesi ritenute scientificamente plausibili. Il gruppo le ha riesaminate alla luce delle evidenze accumulate fino al 2025.
1. Trasmissione da animali all’uomo
È l’ipotesi che, secondo il rapporto, trova il maggiore sostegno nei dati disponibili. Virus strettamente imparentati con SARS-CoV-2 sono stati identificati in pipistrelli del genere Rhinolophus nel Sud-Est asiatico. In Cina, nel 2013, è stato individuato il betacoronavirus RaTG13, con un’identità genetica del 96,1% rispetto a SARS-CoV-2. In Laos, nel 2020, è stato descritto il ceppo BANAL-52, con il 96,8% di identità genetica. Questi dati suggeriscono che ceppi ancestrali circolanti nei pipistrelli possano essere passati a un ospite animale intermedio o, in alternativa, direttamente all’uomo.
Un ruolo centrale nell’analisi è attribuito al mercato ittico di Huanan a Wuhan. Oltre il 60% dei primi casi umani noti nel dicembre 2019 riguardava persone che lavoravano nel mercato, vi avevano fatto acquisti, vivevano nelle vicinanze o avevano con esso un collegamento epidemiologico. Prima del primo gennaio 2020 — data in cui le autorità cinesi chiusero e sanificarono l’area — almeno 175 persone avevano ricevuto una diagnosi di malattia, tramite test di laboratorio o sulla base dei sintomi clinici.
Campioni ambientali raccolti nel gennaio 2020 hanno rivelato la presenza di due lignaggi genetici distinti del virus sia nei casi umani associati al mercato sia in campioni prelevati da banchi e acque di scarico. Questo elemento, secondo gli autori, «supporta l’idea che il virus si fosse già evoluto negli animali prima di raggiungere il mercato».
Analisi metagenomiche hanno inoltre indicato la presenza nel mercato di diverse specie selvatiche suscettibili all’infezione, tra cui cani procione (Nyctereutes procyonoides), ratti di bambù (Rhizomys pruinosus) e zibetti delle palme (Paguma larvata). Tali specie potrebbero aver agito da ospiti intermedi, anche se resta aperta la questione se il primo “salto di specie” sia avvenuto nel mercato o altrove, con successivo arrivo del virus a Huanan tramite animali o persone già infette.
Il rapporto evidenzia inoltre che non esistono prove verificate di casi umani o animali di infezione da SARS-CoV-2 prima del dicembre 2019. Segnalazioni retrospettive di possibili casi in Europa o in Sud America nel novembre precedente non sono state confermate da laboratori indipendenti.
2. Introduzione tramite merci importate
Una seconda ipotesi suggeriva che il virus fosse stato introdotto nei mercati cinesi attraverso prodotti importati dall’estero, in particolare merci congelate. Tuttavia, dopo anni di indagini, gli autori concludono che «le prove scientifiche disponibili non supportano questa ipotesi».
SARS-CoV-2 è stato effettivamente rilevato su alcuni prodotti congelati, ma solo diversi mesi dopo l’inizio della pandemia, quando la circolazione tra gli esseri umani era già ampia. In quel contesto, la contaminazione delle superfici da parte di persone infette rappresenta una spiegazione plausibile. Non sono emerse evidenze di una trasmissione iniziale all’uomo attraverso prodotti congelati né nel mercato di Huanan né in altri mercati.
3. Incidente di laboratorio
L’ipotesi di una fuga accidentale da un laboratorio è stata oggetto di ampio dibattito pubblico. Il gruppo riconosce che «gran parte delle informazioni necessarie per valutare questa ipotesi non è stata resa disponibile» all’Organizzazione Mondiale della Sanità o al gruppo stesso.
Sono state avanzate richieste formali al governo cinese per ottenere cartelle cliniche del personale di laboratorio, protocolli di biosicurezza e documentazione relativa a eventuali audit o ispezioni indipendenti condotte nei laboratori di Wuhan, inclusi il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie e l’Istituto di virologia di Wuhan. Secondo gli autori, tali informazioni non sono state fornite nella misura richiesta dal 2021 in poi. Le autorità cinesi hanno dichiarato di aver condiviso tutti i dati rilevanti e hanno suggerito che eventuali indagini dovrebbero estendersi anche ad altri Paesi.
Le relazioni di agenzie governative e di intelligence esaminate dal gruppo attribuiscono livelli di fiducia «basso» o «moderato» alle diverse ipotesi, ma non presentano prove dirette di una violazione delle misure di biosicurezza. «Nessuna fornisce prove concrete di una violazione», si legge nell’analisi. Per questo, gli autori ribadiscono la necessità di un’indagine «approfondita e imparziale».
4. Manipolazione deliberata del virus
Il gruppo ha valutato anche la possibilità che SARS-CoV-2 sia stato deliberatamente manipolato. L’analisi della struttura genomica e della biologia evolutiva del virus non ha però evidenziato elementi a sostegno di questa ipotesi.
«Non abbiamo trovato prove che suggeriscano che SARS-CoV-2 derivante da manipolazione sperimentale fosse uno scenario più probabile rispetto a un’emergenza da mutazioni naturali o eventi di ricombinazione», affermano gli autori. I sarbecovirus — il sottogenere di betacoronavirus a cui appartengono SARS-CoV-2 e il virus della SARS — presentano frequentemente genomi “mosaico”, frutto di ricombinazioni naturali tra virus affini.
La presenza nel virus del cosiddetto 'sito di clivaggio della furina' una sequenza specifica di aminoacidi presente sulla proteina Spike del virus SARS-CoV-2 che è assente in altri sarbecovirus noti, è stata oggetto di discussione. Tuttavia, elementi simili sono comuni in altri sottogeneri di betacoronavirus e, secondo la letteratura disponibile, la sola presenza di questa caratteristica «non conferma un’origine di laboratorio».
Teorie circolate e richieste di trasparenza
L’analisi affronta anche teorie ampiamente diffuse sui media e sui social network, tra cui quelle legate a una proposta di finanziamento denominata DEFUSE, presentata nel 2018 negli Stati Uniti da EcoHealth Alliance in collaborazione con ricercatori statunitensi e cinesi. La proposta — che non fu finanziata — prevedeva l’uso di proteine ricombinanti per vaccini destinati ai pipistrelli, non virus vivi in grado di replicarsi e diffondersi.
Secondo gli autori, è «scientificamente implausibile» che SARS-CoV-2 possa derivare dagli elementi genomici descritti in quella proposta o da altri progetti di ricerca citati nel dibattito pubblico. Inoltre, esperimenti con SARS-CoV-2 in modelli animali sono stati condotti solo dopo che il virus era stato identificato nel 2020.
Le domande ancora aperte
Il gruppo sottolinea che accertare l’origine di una malattia diventa più difficile con il passare del tempo. Tra le priorità indicate vi sono ulteriori indagini sulle fonti di approvvigionamento degli animali venduti nel mercato di Huanan alla fine del 2019, comprese eventuali rotte commerciali illegali o allevamenti destinati alla produzione di pellicce o alimenti.
Gli autori evidenziano inoltre che, sebbene non sia mai stato segnalato ufficialmente in Cina un animale positivo a SARS-CoV-2 prima della chiusura del mercato, è «improbabile che nessun animale fosse infetto», considerato il numero di specie suscettibili presenti nei mercati della regione di Wuhan e le centinaia di infezioni documentate in altre specie nel resto del mondo tra il 2020 e il 2023.
Il messaggio conclusivo è netto: «Solo una ricerca scientifica rigorosa, non congetture o opinioni politiche, aiuterà a risolvere il mistero». Un mistero che riguarda un virus stimato responsabile di oltre 20 milioni di morti a fine 2022 e di un impatto economico globale fino a 16 mila miliardi di dollari. Se la comunità internazionale vuole risposte definitive, concludono gli autori su Nature, è necessario che dati e informazioni vengano messi a disposizione della comunità scientifica in modo completo e trasparente.
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