171 milioni di euro. A tanto potrebbe ammontare il risparmio per il servizio sanitario nazionale nell’arco di 5 anni con la progressiva diffusione della dialisi peritoneale al posto dell’emodialisi È quanto emerge da uno studio condotto dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presentata a Roma.
In Italia si stima che L’8-10% della popolazione soffra di malattia renale cronica, anche se nella maggior parte dei casi, non sa di esserne affetto poiché la diagnosi giunge spesso in fase tardiva. Circa 45 mila quelli in dialisi.
La dialisi peritoneale, a differenza dell’emodialisi, non depura il sangue con un apparecchio esterno, ma sfruttando il peritoneo, la membrana che riveste l’addome e può essere effettuata in autonomia dal paziente al proprio domicilio. «É ancora poco diffusa in Italia ma si tratta di una terapia clinicamente efficace che consente ai pazienti di essere curati a domicilio in autonomia, senza bisogno di accedere continuamente in ospedale con un'ottima qualità di vita», afferma Marco Oradei, responsabile del Laboratorio Hta di Altems. «Dal punto di vista del servizio sanitario nazionale si configura la possibilità di liberare risorse economiche importanti, di alleggerire il carico di lavoro nei Centri dialisi, consentendo una migliore sostenibilità dell'intero sistema», aggiunge.
«Non è semplice tentare di spiegare per quali motivi la dialisi peritoneale non si sia ancora affermata rispetto alle emodialisi, non è semplice», aggiunge Stefano Bianchi, presidente della Società italiana di nefrologia. «La dialisi peritoneale viene proposta quando la diagnosi è precoce ed il paziente può fare una scelta razionale ed orientata alla terapia sostitutiva. Il trattamento, infatti, prevede un'attenzione alla malattia renale fin dalle sue fasi iniziali e un accompagnamento verso la dialisi quando si renda necessaria. La dialisi peritoneale inoltre richiede dei modelli di tipo organizzativo che sono spesso interpretati dai nefrologi come meno semplici rispetto all’emodialisi perché la metodica domiciliare prevede un addestramento».
«Il tema dell’innovazione tecnologica, comprendente anche le innovazioni organizzative che discendono dalla disponibilità di nuovi dispositivi medici, è sempre più sfidante per il Servizio sanitario nazionale», conclude Americo Cicchetti, direttore della direzione generale di Programmazione sanitaria del ministero della Salute. «Stiamo finalmente iniziando ad usare per la valutazione di queste nuove tecnologie l’approccio dell’Health technology assessment».
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