Medico che vai, diagnosi che trovi. Il rischio di avere responsi differenti consultando più medici è particolarmente elevato nel caso del melanoma. Lo dimostrano i ricercatori della University of Washington School of Medicine di Seattle con uno studio pubblicato sul British Journal of Medicine. Joann Elmore, ricercatrice che ha guidato lo studio, ha testato letteralmente sulla propria pelle la vasta gamma di interpretazioni date alla sua patologia. Con ben tre risultati differenti della biopsia, il suo melanoma veniva considerato a seconda dei casi benigno o particolarmente invasivo. Dieci anni più tardi Elmore, che gode di ottima salute, decide di approfondire il fenomeno delle diagnosi discordanti. E per farlo recluta 187 patologi clinici di 10 Stati diversi negli Usa a cui sottopone lo stesso campione di pelle prelevato per la biopsia in due momenti diversi, a otto mesi di distanza l’uno dall’altro.
Ogni caso era stato precedentemente valutato in maniera indipendente da tre specialisti che avevano raggiunto un consenso sulla diagnosi.
Le interpretazioni dei 187 medici sono state classificate in 5 categorie diverse: leggera atipia, moderata atipia, atipia grave o melanoma in situ, melanoma allo stadio precoce, melanoma invasivo.
Tutti i responsi sono stati confrontati con il verdetto della giuria composta dai tre esperti. Il maggior livello di concordanza si è ottenuto nei casi estremi, per le lesioni leggere (92%) e per il melanoma invasivo allo stadio avanzato (76%).
Le lesioni dell’intervallo di mezzo si sono invece prestate a una vasta gamma di interpretazioni. Meno della metà delle diagnosi coincidevano con le conclusioni di riferimento. Più precisamente, il 25 per cento per le lesioni moderatamente atipiche, il 40 per cento per quelle gravi e il 43 per cento per il melanoma allo stadio iniziale.
Inoltre, i medici consegnavano spesso due risultati diversi sulle analisi sullo stesso campione compiute a distanza di tempo. Le maggiori incertezze, anche in questo caso, riguardavano le biopsie dell’intervallo intermedio. Insomma, concludono i ricercatori, le diagnosi dei casi intermedi non sono accurate, né riproducibili.
Riportando questi dati su larga scala, i ricercatori stimano che l’83 per cento delle diagnosi sui melanociti, le cellule dell’epidermide coinvolte nello sviluppo del melanoma, potrebbero venire confermate da un panel di esperti patologi, l’8 per cento dei casi risulterebbe invece sovradiagnosticato, mentre il 9 per cento sottodiagnosticato.
Tutto dipenderebbe, secondo Elmore e i suoi colleghi, dal fatto che non esistono criteri rigorosi e standard per la diagnosi delle lesioni della pelle. Come soluzione i ricercatori propongono di puntare sull’uniformità dei sistemi di classificazione e su strumenti diagnostici più sofisticati.
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